Road&Leisure, Sguardi OltreGiugno 23, 2026831 Visualizzazioni

Redazione VISIONJ
Il Cantico delle Creature in terra di Valsesia. È questo – e molto altro – il Sacro Monte di Varallo, luogo dei luoghi che fa da ponte tra Rinascimento e Barocco e va all’essenza della fede cristiana e, in fondo, della nostra umanità. Il “concept” risale alla fine del XV secolo e porta la firma di un francescano, Bernardino Caimi, già commissario del Santo Sepolcro in Terra Santa, giusto per citare una tappa del suo peregrinare. Caimi intese ricreare nel cuore della Valsesia una nuova Gerusalemme, a beneficio di tutti quei pellegrini che non avrebbero mai potuto raggiungere quella originale. Il suo obiettivo: immergere le persone dentro la fede, plasmando in altra forma quegli istanti di storia sacra già trasmessi dalle parole e scolpiti nei testi.
E questa forma furono e sono le cappelle del Sacro Monte, al cospetto delle quali VISIONJ è stato guidato da una specialista della materia e di questo territorio, Monica Ingletti, che ringraziamo ancora una volta per la sua narrazione appassionata e particolareggiata. Protagonista della genesi delle cappelle, anche attraverso il duro lavoro e le erogazioni liberali, fu l’intera comunità valsesiana, in un afflato di popolo che ebbe come premio una modalità di fruizione delle stesse che, di fatto, anticipa le più moderne forme di realtà virtuale: i pellegrini entravano nelle stanze e vivevano le scene insieme ai loro protagonisti, statue che in certi casi sono più vere del vero.
Genio valsesiano
Dopo Caimi, questo luogo echeggia poi di un’altra figura fondamentale, quel Gaudenzio Ferrari che si formò a Milano, con “ufficio” proprio davanti a quello di un certo Leonardo, e qui sul Sacro Monte trascorse anni febbrili, esprimendo tutti i suoi talenti. Fu pittore, scultore, architetto, scenografo, etnografo, studioso di nuovi materiali. Fu Ferrari il migliore interprete della regola del “qui e ora”, del far rivivere la storia sacra: dalla Creazione e dal Paradiso terrestre fino all’Annunciazione, alla Natività e alla Passione di Cristo. Non si trattava di contemplare il passato, ma di parteciparvi, come nuovi apostoli, ovvero testimoni presenti sulla scena.
Storia delle storie
Spiegato l’obiettivo “eterno” – il tempo – va quindi dato merito alla dimensione territoriale, ovvero lo spazio, quella spiegata dal fatto che il Sacro Monte è un immenso scrigno di tracce di storia socioculturale, oltre che religiosa. Se è vero che Ferrari trasportò la Terra Santa nel cuore della Valsesia, è altrettanto vero che allo stesso tempo avvenne anche il miracolo contrario: i personaggi posseggono, infatti, i tratti dei valligiani, da Maria, giovane donna valsesiana, ai pastori nerboruti dalle mani callose. Anche oggetti, abiti e tradizioni appartengono al mondo locale: emblematica è la Madonna che ricama il puncetto, il tipico merletto valsesiano. Persino il cibo dell’Ultima Cena e molti dettagli della vita quotidiana richiamano la cultura e i prodotti del territorio (formaggi valsesiani, uva nebbiolo…) dando vita a un realismo unico che ha il merito di avvicinare il sacro all’esperienza concreta delle persone, rendendo la storia di Cristo familiare e riconoscibile. Una curiosità tra le curiosità: la presenza di un angelo con violino, forse la prima apparizione dello strumento nella storia del mondo, motivata dal fatto che l’eclettico Gaudenzio Ferrari era anche raffinato musicista.
Rinascite e trasformazioni
Dopo un periodo di “abbandono”, dopo la seconda metà del Cinquecento avvenne una nuova rinascita di questo straordinario luogo, sebbene il clima della Controriforma avesse modificato profondamente il significato del pellegrinaggio. Grazie al progetto di Galeazzo Alessi e soprattutto all’opera di Giovanni D’Enrico, il complesso venne ripensato secondo nuove esigenze spirituali: comparvero le grate davanti alle cappelle, vennero costruite mura, porte e strutture di accoglienza.
Il fedele non poteva più entrare nelle scene: doveva fermarsi all’esterno, inginocchiarsi e contemplare. L’esperienza passava dall’immedesimazione alla meditazione, dalla partecipazione fisica alla riflessione interiore. Le grate – è questo è un merito indubbio di questa transizione – proteggevano le opere, guidando una devozione più disciplinata, raccolta e, dunque, rispettosa.
Tra santità e umiltà
Chi visita il Sacro Monte di Varallo può immergersi in questa sovrapposizione di epoche, visioni e stili, compiendo un viaggio multi-livello e affascinante. Nel territorio – i cui prodotti, dai formaggi all’uva nebbiolo, compaiono sulla tavola imbandita dell’Ultima Cena – nel Rinascimento, nel Barocco, nella pittura e nella scultura. E allo stesso tempo può riconoscersi in Terra Santa, nella Basilica della Natività così come nel Santo Sepolcro, che rivivono in questo magico spicchio di Piemonte anche nei particolari, come gli ingressi bassi che obbligano a chinarsi, riprendono soluzioni presenti nei santuari della Terra Santa, dove il pellegrino era invitato a entrare con umiltà e rispetto.
Ancora oggi il Sacro Monte (45 cappelle, 800 “attori scolpiti” e più di 3mila affreschi…) conserva questa duplice anima: da un lato la grandiosa visione francescana di una Gerusalemme tra i boschi, dall’altro il sorprendente realismo di Gaudenzio Ferrari, che trasformò la fede in esperienza viva, popolando la storia sacra di volti, gesti e tradizioni della Valsesia.
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