Il fattore condivisione
Passando al secondo punto, un’opera pensata anche per rispondere agli Obiettivi di Sostenibilità vuole e deve essere pensata “condivisa”. In questo modo, forse, sarà più facile pensarla sostenibile. Il confronto e il dialogo devono essere momenti ordinari di un iter progettuale del (o almeno dal) 2024.
“Il punto da cui partire – così un passaggio estratto dalle Istruzioni per l’uso, a firma di Mauro Di Prete e Alfredo Martini, del Position Paper n.6, redatto da AIS Associazione Italiana per le Infrastrutture Sostenibili – è che lo Stakeholder Engagement costituisce uno straordinario strumento di applicazione della democrazia partecipativa. Alla sua origine vi è un cambiamento di paradigma rispetto al modo tradizionale e prevalente di guardare ai processi decisionali di trasformazione del territorio. Soprattutto per tre motivi: per il ruolo centrale affidato agli interessi e alle esigenze della collettività; per l’importanza data all’ascolto e al dialogo tra i diversi soggetti coinvolti; per la continuità delle relazioni lungo l’intero percorso caratterizzante il ciclo di vita di un’opera pubblica”.
Il principale punto di riferimento è la corretta e proattiva collocazione dei singoli attori del processo: ogni singola iniziativa è correlata all’insorgere di un’“esigenza” e questa deve essere sviluppata con chiarezza da quello che è definito promotore del bisogno che deve sin da subito confrontarsi con la collettività e con chi gestisce i luoghi interessati al fine di maturare fin da subito un’ idea condivisa che deve essere presentata ai soggetti che hanno responsabilità in ambito decisionale. Con la forza di un’idea già solida, il “decisore” può delineare percorsi e programmare l’evoluzione dell’iniziativa anche in termini finanziari delineando ruoli e responsabilità. Il bisogno si trasforma in iniziativa che, a sua volta, è in capo ad un preciso soggetto ed è questo che mette in moto il progetto a cui ci si riferisce in queste riflessioni. Il così detto “proponente” non deve esimersi dal continuare il processo di confronto e insieme al “progettista” deve sviluppare in parallelo agli atti progettuali i momenti di dialogo e di arricchimento del proprio lavoro, anche mediante le conoscenze che derivano dal territorio.
In questa logica vi sono, tra le altre, due attenzioni che devono emergere per favorire e rendere attuabile il cambio di paradigma al quale si ambisce. La prima è la definizione e il rispetto dei ruoli. Il progettista è (a torto e a ragione) colui il quale detiene la conoscenza tecnica di quello che si vuole sviluppare e pertanto non è opportuno che dal lato “stakeholder” si ritenga di sapere come risolvere le problematiche. Le indicazioni che vengono fornite al fine di integrare la futura opera con il territorio devono essere espresse correttamente da parte degli “stakeholder” ma, al tempo stesso, il progettista deve con umiltà e trasparenza assumerle alla base dei propri atti senza ritenerle di rango inferiore solo perché non di natura tecnica e, quindi, in qualche modo “risolvibili”.
Al contempo, il secondo tema è il momento in cui questo confronto avviene. Come detto è opportuno che lo stesso nasca ben prima dell’inizio della progettazione vera e propria e in ogni caso continui in parallelo. Oggi la norma indica un momento preciso che è quello che si definisce Dibattito pubblico da sviluppare sulla base del DOCFAP nella fase del Progetto di Fattibilità Tecnico Economica (PFTE). Sebbene questo sia un momento “significativo” dello sviluppo progettuale, se si vuole un progetto effettivamente condiviso non può essere circoscritto a un solo momento di vita dell’opera. Il confronto, infatti, si ritiene uno strumento necessario ed efficace sin dall’ ideazione dell’iniziativa per passare dalla sua definizione, progettazione, ostruzione a come l’opera, una volta che è integrata nel suo contesto, vive ed è vissuta.
Opera viva di ingegneria
In tal senso, è auspicabile che un’opera sostenibile sia anche “viva” e in questo senso si vorrebbe poter dare un’interpretazione proattiva a quello che va sotto il nome di “Ciclo di Vita”. L’analisi del ciclo di vita di un’opera di ingegneria va interpretata sulla base del suo essere, non come un prodotto: l’opera non dovrebbe essere rigida, “passiva”, bensì in continua evoluzione e adeguamento alle esigenze man mano che esse cambiano (ottimizzazioni, aggiornamenti e modifiche sia fisiche sia funzionali), anche in riferimento al momento post-vita utile. La vita utile andrebbe dichiarata non solo per il calcolo (per esempio) della durabilità delle opere d’arte, ma anche per la sua funzionalità e operatività per poi essere assunta, a quella data, come nuova iniziativa che può confermare per un altro periodo il suo essere o cambiare uso.
Questo nuovo periodo di vita deve essere dichiarato ed essere oggetto di completo momento progettuale sia per il confronto con gli stakeholder sia per le autorizzazioni necessarie. L’esempio più classico sono le nuove attività delle ferrovie dismesse che sono un’occasione di attività culturali o ricreative come, per esempio, percorsi ciclopedonali in ambiti di interesse naturale o culturale. Solo come ultimo momento un’opera di ingegneria può essere dismessa in quanto non più utile. Quindi l’attenzione, nell’ottica del raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità, va alla lettura del Ciclo di Vita di un’opera.
Quantificare la sostenibilità
In un’ottica di “progetto sostenibile” sono molteplici le riflessioni che, come Istituto IRIDE, si stanno sviluppando anche e non da ultimo in materia di permitting ambientale, ma, per brevità, in questa sede ci si riferisce a un altro tema ritenuto essenziale, ovvero la cogenza delle parti di opera per la sostenibilità. Non si vuole creare confusione dicendo questo, perché il progetto è sostenibile per molti aspetti non solo perché ha un pannello fotovoltaico. Esagerare permette di rendere l’idea.
Pertanto, la sostenibilità di un’opera parte da una filosofia concettuale, da un’applicazione specifica, da un criterio di condivisione e concertazione, ma non può esimersi nel definire anche le parti dell’opera che fisicamente danno adito a sviluppare i concetti espressi nelle modalità e negli obiettivi. Se per esempio si vuole rendere indipendente un cantiere dal punto di vista energetico, ovvero si vuole rendere trasparente ai consumi l’uso di una galleria (illuminazione, ventilazione, eccetera), occorre che, oltre alla dichiarazione di intenti, il progetto definisca e quantifichi – anche economicamente – questi interventi.
Analogamente vale per gli interventi di tipo territoriale da sviluppare per l’inserimento nel contesto o per motivi di ottimizzazione degli habitat e più in generale per motivi ambientali. In altre sedi, anche su VISIONJ, abbiamo definito questo aspetto come “Abaco dell’Eco-Transizione”, punto centrale di un progetto pensato e sviluppato in modo sostenibile.
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