Smart VisionVision Talks

Emotional engineering

“Nutriamo di emozioni la nuova ingegneria”. Conversazione con Davide Masera, CEO di Masera Engineering Group, su un paradigma che può diventare faro guida anche nel nostro settore

 

di FABRIZIO APOSTOLO

Tra formazione, innovazione e sicurezza infrastrutturale si gioca oggi una parte decisiva del futuro dell’ingegneria. È da questa consapevolezza che, tra il 2024 e il 2025, insieme a Masera Engineering Group (MEG), è nato un percorso divulgativo che affianca al racconto di casi progettuali una riflessione culturale più ampia sul ruolo delle società di ingegneria. In questo spirito da “think tank”, lo scorso ottobre il CEO Davide Masera è stato coinvolto in un workshop sulla sicurezza, coordinato in occasione di Asphaltica World Bari.

Si è trattato di un’occasione ideale per condividere e ribadire alcune idee guida: su tutte quella della “connettività” tra i princìpi ispiratori del nostro progettare e costruire infrastrutture, oggi per domani. Princìpi quali la sicurezza, per l’appunto, la sostenibilità e l’innovazione. Plasmarli al meglio, amalgamarli, renderli pervasivi, ne siamo più che convinti, non possono che essere cose buone e giuste. Già, ma come farlo concretamente? Su quali sfide concentrarci in misura maggiore?

Sempre a Bari, l’ingegner Masera è tornato a sottolineare il valore della ricerca, ovvero della necessità di portare in azienda il modus operandi dell’accademia, a costo di sacrificare del tempo oggi, per produrre riserve di “freschezza evolutiva” e dunque di innovazione a getto continuo. Capace anche di recuperare quel tempo sacrificato, ottimizzando i processi. Quindi, ha parlato di “trasversalità strategica”, ovvero di capacità dell’ingegneria di attingere da altri settori, partendo per esempio – ed ecco una terza sfida interconnessa – da un lavoro ad ampio raggio sui dati. Nel dicembre scorso, MEG ha dato quindi notizia del varo di quattro suoi nuovi uffici esteri: a Monaco di Baviera (Germania), Bucarest (Romania), Riyadh (Arabia Saudita) e Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti), a costituire con la sede di Torino una vera e propria “piattaforma di ingegneria internazionale” fondata sulle persone (una delle quali è Matteo Enzo Crucco, Head of International Development di MEG) e sulle loro “connessioni reali, così come reali sono sia le infrastrutture progettate e in progetto, sia le comunità di utenti e residenti che ne fruiscono”.

Ingegner Masera, la vostra visione sta diventando sempre più concreta, anche ben oltre i confini nazionali. Quale ritiene possa essere un suo principio guida?

Al di là dei key factor di cui abbiamo parlato ad Asphaltica World, vorrei soffermarmi su una nostra peculiare concezione dell’innovazione, che si ispira al modello definibile come “emotion driven innovation”, a mio avviso più ampio rispetto a due altri modelli codificati dal marketing, quello di “technology push” e “market pull”. Il primo vede l’innovazione come il frutto di nuove tecnologie sviluppate anche in assenza di una domanda specifica. È un approccio nobile, ma allo stesso tempo sterile. Il secondo fa sì che l’innovazione sia una risposta diretta alle esigenze del mercato, che in qualche modo la traina. Ma se la domanda è già formulata, in cosa consiste – mi chiedo – il carattere innovativo della risposta? Parlare di “innovazione guidata dall’emozione”, invece, significa fare impresa mettendo al centro della scena le emozioni e, dunque, il benessere dei consumatori e degli utenti. Significa lavorare, in primis, in quanto persone per le persone. Ora, dal mio punto di vista le infrastrutture sono un habitat perfetto per questo approccio, non essendo “oggetti freddi”, bensì spazi di vissuto.

Davide Masera, CEO di Masera Engineering Group

L’emozione nella “cabina di regia” del concepire e realizzare infrastrutture: è questa l’innovazione che valuta più adatta a far evolvere il nostro settore?

È un concetto che può dare ottimi frutti proprio se reso centrale nella visione delle società di ingegnera e costruzioni, date le caratteristiche profonde dei nostri specifici “prodotti” e del loro utilizzo. Ed è un concetto che, per funzionare, deve diventare capillare, pervasivo: per innovare veramente dobbiamo tutti sentire un impulso emotivo, che ci disveli il fatto che noi – persone – progettiamo mondi che verranno vissuti, nel presente e soprattutto nel futuro, da altre persone che provano emozioni. Al centro della visione storica dell’ingegneria troviamo o la pura tecnica oppure la managerialità, intesa come gestione. Due “mondi” in cui l’innovazione può sorgere, certo, ma non essere così rigogliosa. Se invece a competenze specifiche aggiungiamo proprio questo approccio, che è filosofico e nello stesso tempo molto concreto, avremo una visione a 360° capace di infondere continuo nutrimento a imprese e comunità.

Benefici immediati?

Al di là di quelli ottenibili ad ampio e lungo raggio, ne segnalo due su tutti: benefici per chi lavora in azienda, perché ogni persona impegnata in essa è destinata a diventare un “canale di innovazione”, e benefici per chi ci lavorerà, gli specialisti di domani che sono poi gli studenti di oggi. Quello dell’“emotion driven innovation” può diventare, infatti, uno strumento prezioso per tornare ad attrarre le nuove generazioni verso la professione di ingegnere, oggi ancora un po’ trascurata.

Un’ulteriore parola chiave per definire l’approccio “emotional engineering”?

Responsabilità. Partire dal vissuto emotivo significa infatti aumentare gli standard di responsabilità, per esempio nei confronti delle nostre comunità.

E un esempio concreto?

È mutuabile da altri settori. Un noto brand che produce auto di lusso ha reintrodotto in alcuni suoi modelli una pulsantiera, in sostituzione dei comandi touchscreen, sulla base di un sondaggio che ne rivendicava il valore di antico “gesto emozionale”. Si tratta di un piccolo esempio di innovazione che contrasta l’eccesso di spersonalizzazione e ci parla di humanitas del gesto. È un po’ come la magia che permane nel toccare o sfogliare le pagine di un libro. Un’infrastruttura, se progettata con queste idee in testa, può portare a percezioni simili: pensiamo al senso di sicurezza che può e deve infondere, ma anche al comfort o alla sua gradevolezza estetica. Sì, le reti di trasporto possono e devono regalare emozioni positive.

Guardando al settore nella sua interezza, al di là delle resistenze insite in ogni cambio di paradigma, quali ostacoli vede all’attuazione di questo approccio?

Ovviamente ci muoviamo secondo logiche di filiera, quindi è verosimile che indicazioni “emotion driven” di partenza potrebbero essere ridimensionate in itinere dalle committenze in ragione, per esempio, dei budget. Nonostante i vincoli sempre da preventivare, comunque, considero questo approccio in ogni caso un valore aggiunto per ogni moderna società di ingegneria. Inoltre, concepire una nuova infrastruttura non solo come un insieme di materiali, ma anche e soprattutto come un ecosistema che deve generare emozioni positive può essere anche un elemento di stimolo per le imprese di costruzioni, e favorire, per esempio, la cura per quelle innovazioni oggi strategiche nelle migliorie da apportare in fase di gara. Sarebbe una buona (e nuova) base, questa, per implementare anche la sicurezza e la sostenibilità delle opere.

Persone MEG al lavoro nella sede di Torin o

Definite, molto chiaramente devo dire, le fondamenta della nuova ingegneria secondo MEG, le chiediamo a questo punto qualche aggiornamento su alcuni percorsi che vi riguardano, per esempio in fatto di sostenibilità.

È un tema connesso non solo alla sicurezza, ma anche a quella trasversalità di cui trattavamo ad Asphaltica World. La mia idea è nitida: dobbiamo concentrarci su come mettere in connessione l’ingegneria con gli ecosistemi naturali e uno strumento chiave per farlo, un vero e proprio “ponte”, altro non sono che i dati. Le infrastrutture, infatti, vivono dentro un ecosistema naturale, un ambiente, un clima. Tutti i dati che ne possiamo ricavare diventano preziosi per generare infrastrutture sempre più armoniche. E questi dati noi li possiamo rintracciare in molteplici ambiti, considerando come territorio di conoscenza l’intero pianeta. 

Anche in questo caso, le chiediamo di farci qualche esempio concreto di iniziative MEG.

Abbiamo attivato l’AI Lab, Artificial Intelligence Laboratory, un gruppo di lavoro interno che sostiene, tramite lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, i processi d’ingegneria con l’obiettivo di renderli più performanti, per esempio, sul piano delle tempistiche. Per fare solo un esempio, si punta a minimizzare il tempo impiegato per scrivere una relazione di calcolo per dedicare maggiori risorse temporali alla scelta di materiali più durevoli o di sistemi costruttivi più performanti. Inoltre, abbiamo finalizzato la prima versione di Efesto, un tool di predimensionamento degli impalcati misti che ottimizza le sezioni attraverso algoritmi di machine learning. Ci sono dietro circa 11 mesi di scrittura e oltre 7.000 righe di codice. Un terzo esempio può essere considerato il nostro lavoro a tutto campo sui dati, di cui ho parlato anche a Bari. Le società di ingegneria in particolare dispongono di un patrimonio informativo cospicuo e unico: catalogarlo, sistematizzarlo significa generare altro valore, un po’ come se fossimo, con tutte le distinzioni del caso, degli Amazon o Google del nostro settore.

Chiudiamo con un suo commento all’annuncio dello scorso dicembre: gli uffici “international” di MEG.

Rappresentano il traguardo di un percorso molto intenso che abbiamo avviato nel secondo semestre 2024, epoca in cui abbiamo avviato un processo di cambiamento del modello di business, in parallelo con quello del nostro modello di crescita, inserendovi una quota di mercati internazionali a cui siamo approdati acquisendo quote e popolando queste realtà di persone, per dar loro nuova linfa e sviluppo commerciale secondo gli stessi principi di cui abbiamo parlato in precedenza. In sintesi: anche in questo caso crediamo in un sistema di lavoro e di valori che abbia radici solide e una visione nitida e interconnessa. L’obiettivo non è solo “andare all’estero”, ma restarci con standard impeccabili che portino a progetti d’eccellenza.

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