Qualora il progetto sia basato, sviluppato e strutturato in modo da dare conto di questi aspetti, vi è una buona probabilità che il progetto rispecchi i principi di sostenibilità. Per far ciò si ritiene opportuno chiarirci cosa si possa o debba intendere e a tal fine la proposta elaborata nell’ambito dell’attività di “ragionamento” sviluppate dall’Istituto IRIDE ha provato a declinare come muoversi per dare un contributo al principio della sostenibilità da riscontrare in un progetto di un’opera pubblica.
Sono molteplici le fattispecie da cui partire. Per semplicità e chiarezza se ne rammentano due delle più frequenti:
• ESG (Environmental, Social and Governance) esprime una valorizzazione dell’impatto aziendale in forma di rating. Spesso conosciuto come rating di sostenibilità, si tratta di un voto che rappresenta l’impatto ambientale, sociale e di governance di una impresa o di una organizzazione che opera sul mercato.
• EPD (Environmental Product Declaration) è una dichiarazione ambientale di un prodotto: una certificazione volontaria che mette in evidenza le prestazioni ambientali di prodotto/processo/servizio per migliorarne la sostenibilità.
Tutte queste frequenti identificazioni di “sostenibilità” non sono propriamente ciò che si intende connesso a un PFTE di un’opera pubblica, nel declinare la sostenibilità di un’opera. Quest’ultima deve basarsi su altre attenzioni e deve dare riscontro ad altri principi di natura tecnica direttamente legati e rappresentati da parametri e da elementi tecnici propri di un progetto atto a definire un’opera che ha le sue peculiarità, che non sono quelle di un’azienda o di un prodotto, per rimanere negli esempi detti.
Prima di tornare su tali concetti, si precisa che su molti settori di interventi e di opere pubbliche sono state emanate nel tempo delle regole e/o norme che sono andate sotto il termine di criteri ambientali minimi, i cosiddetti CAM. L’applicazione dei CAM non rende un’opera per definizione sostenibile. Questo per due ordini di motivi. Il primo è per il fatto che i CAM consentono l’uso dei criteri per distinguere e discernere certi elementi da altri, ma pur sempre nella modalità fin oggi adottata di sviluppare un progetto, ma non incidono in quelli che poco sopra sono stati definiti “principi”, che invece fanno riferimento a concetti, enunciati di base della logica del progettare.
Inoltre, l’altra differenza di fondo è che i CAM sono stati individuai come elementi minimi per dar conto dei requisiti ambientali, mentre quanto si vuol perseguire va ben oltre a quello che nell’ordinaria progettazione è da considerarsi minimo. Certamente, i criteri minimi devono essere riscontrati in un progetto sostenibile, ma non è vero il contrario.
Un altro elemento di attenzione deve essere posto in questa sede: il rapporto con i cosiddetti protocolli di sostenibilità. Questi sono strumenti affermati a livello internazionale per la valutazione della qualità ambientale, ecologica e sociale nel settore delle costruzioni. La maggior parte si basa sui sistemi “rating”, ovvero un insieme di “crediti” con un corrispondente punteggio al fine di raggiungere un giudizio caratterizzante l’intervento che viene esaminato. In altre parole, l’applicazione dei protocolli consente di verificare se il processo progettuale intrapreso ha dato i risultati auspicati, ma certamente non è vero il contrario, se non nel considerare i parametri dei protocolli quali utili riferimenti per individuare i più pertinenti obiettivi di sostenibilità da porre alla base del progetto.
Individuazione degli obiettivi di sostenibilità che connotano un’opera
Si tratta del punto centrale dell’opera sostenibile. Ideare, concepire, pensare, sviluppare o più in sintesi “progettare” un’opera pubblica ha fino ad oggi anteposto a tutto l’idea di fornire una risposta a un’esigenza tecnico-funzionale di cui la società ha bisogno. Così, se il livello di servizio di una strada peggiora tanto da rendere il collegamento non sicuro o troppo difficoltoso si è pensata una nuova strada; se un porto non è più in grado di assicurare un ormeggio funzionale e protetto alle navi, che magari sono diventate sempre più importanti e performanti, si è modificato o potenziato il porto, se una comunità ha necessità di maggiori posti letto per l’assistenza sanitaria si è progettato un ospedale, etc., ma tutto ciò oggi non è più sufficiente. Con ciò non si vuol dire che i parametri tecnico-funzionali non siano essenziali nella decisione di sviluppare un’iniziativa infrastrutturale (anzi), ma non sono più sufficienti e forse, qualche volta, proprio quell’iniziativa può/deve essere mossa da altre esigenze.
Mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, protezione e valorizzazione della biodiversità, tutela della salute e del benessere sociale, solo per citarne alcune, sono entrate nello scenario dei necessari input progettuali a seguito dell’attenzione che si pone al tema della sostenibilità e della lezione impartita dall’esperienza del PNRR, ovvero della Next Generation EU. Fare un nuovo collegamento stradale non solo deve consentire di ridurre i tempi di percorrenza, ma deve innanzitutto contribuire alla riduzione del carico di CO2 emessa nel complesso della rete, ovvero tutelare la salute e deve modificare le caratteristiche della rete di cui sopra per poter rendere il sistema viario più resiliente ai nuovi standard e alle nuove condizioni climatiche, rendendo l’intero territorio più sicuro e funzionale.
In altre parole, occorre che ogni iniziativa “sostenibile” assuma e persegua realmente e con elementi cogenti presenti al suo interno uno o più obiettivi tesi a ciò. Per far questo, occorre declinare gli obiettivi di sostenibilità che un’opera pubblica deve prendere in considerazione e che il progetto deve dimostrare di avere perseguito e che dovranno appositamente essere oggetto di un idoneo sistema di rendicontazione.
Senza entrare in questa sede nel dettaglio degli obiettivi, ciò che interessa evidenziare sta nel fatto che gli stessi possono essere aggregati per 3 categorie che si identificano in:
• Obiettivi tipo 1: Obiettivi di sostenibilità tecnici e con finalità ambientali;
• Obiettivi tipo 2: Obiettivi ambientali e sociali;
• Obiettivi tipo 3: Obiettivi di contesto.
Ovviamente tutti hanno pari importanza, ma nello sviluppo del progetto si ritiene necessario che alcuni siano connotanti il progetto stesso e quindi siano esplicitamente assunti come obiettivi che il progetto contribuisce a sviluppare direttamente. Il progetto deve chiaramente indicare quale di detti obiettivi si pone come centrale nello sviluppo dell’intervento. Almeno ad uno di questi – ma ovviamente anche più di uno – deve essere dato un riscontro positivo e non solo essere posto nella verifica al fine di accertarne il non peggioramento.
È la logica definita dalla finanza sostenibile quando ha introdotto il principio del DNSH (Do Not Significant Harm), la cui logica si intende opportuno ripetere, o per meglio dire, approfondire e sviluppare nel PFTE avendo implementato gli obiettivi con un maggiore dettaglio proprio di questo livello di approfondimento, in cui si ha una conoscenza maggiore dell’iniziativa che poterà alla realizzazione dell’opera pubblica.
Inoltre, visto il significato progettuale che si vuole assegnare a questa analisi, l’ordine della tipologia degli obiettivi sopraindicati non è casuale, ma si auspica che la scelta dell’obiettivo principale segua l’ordine indicato dal punto 1 al 3 considerando anche che gli obiettivi di tipo 2 e di tipo 3 siano analizzati e approfonditi in altri momenti progettuali e di sviluppo approvativo degli stessi. Si pensa alle analisi di compatibilità ambientale e all’eventuale coinvolgimento che si possono assumere in procedimenti di dibattito pubblico.
La resilienza dell’opera
Il termine resilienza ha un significato ben definito in ingegneria, riferendosi al lavoro necessario per rompere un materiale. Tuttavia, nell’ambito della sostenibilità e della progettazione di opere pubbliche il concetto può essere esteso oltre il singolo elemento o materiale, assumendo una valenza più ampia propria di “opera”. In questo senso, la resilienza può essere intesa come “la capacità di un sistema di far fronte a stress e avversità, riorganizzandosi in modo positivo dopo un evento critico”.
Applicata alle opere di ingegneria, questa definizione implica la capacità di un’infrastruttura di resistere agli eventi avversi, adattarsi ai cambiamenti e mantenere nel tempo la propria funzionalità, minimizzando impatti negativi e costi di ripristino. Ogni elemento costituente l’opera deve quindi essere progettato tenendo conto di questi principi, garantendo durabilità, flessibilità e funzionalità. Il progetto e la modalità di progettare devono quindi evolversi verso questa direzione, altrimenti non si potranno ottenere i risultati auspicati.
Per far ciò deve essere perseguito un dimensionamento strategico idoneo a rispettare le condizioni presenti e future del contesto in cui si opera anche mediante la scelta dei materiali e delle tecnologie costruttive per adeguare la capacità di assorbire e dissipare energia se necessario, così come adattarsi ai cambiamenti climatici introducendo una manutenzione predittiva e un monitoraggio intelligente, etc.
È necessario anche che il progetto si basi sull’analisi dei rischi climatici e, in generale, su dati evoluti mediante una progettazione più attenta e con l’applicazione di strumenti evoluti (per esempio: simulazioni avanzate, uso di modelli climatici o scelte basate sulla natura) e con l’applicazione di strategie di manutenzione predittiva e monitoraggio intelligente, ottimizzazione del rapporto costi-benefici con una chiave di visione più evoluta, etc.
La circolarità dei materiali
Questo è un punto cardine per la sostenibilità delle opere dove occorre uno sforzo maggiore rispetto a quello che oggi viene eseguito in termini di bilancio dei materiali, dove per lo più le scelte sono dettate da motivi economici di efficienza delle soluzioni per l’economia dell’operazione. In questa prospettiva il punto cardine è l’utilizzo dei materiali da costruzione dove le scelte del progetto devono tendere a identificare quei processi che favoriscono il paradigma delle R, per lo meno riferendosi a “riduci, riutilizza, ricicla, recupera” con due finalità su tutte: quella della massima riduzione dell’uso di risorse naturali in input del processo e al contempo – in output – quella della minimizzazione dei rifiuti generati.
Inoltre, l’importante innovazione che si introduce con la norma recente è quella che l’analisi deve essere riferita all’intero periodo di utilizzo dell’opera. Quindi non solo la costruzione, ma anche la gestione e la manutenzione. A volte in queste fasi le quantità sono tutt’altro che trascurabili e quindi l’attenzione deve essere estesa anche oltre alla fase di costruzione.
In più, non si ritiene che per un’opera pubblica sia molto importante il momento della dismissione, perché difficilmente queste opere subiscono un tale processo, ma siccome è da prevedersi la necessità di manutenzione e anche di eventuali ripristini, ammodernamenti o potenziamenti, nonché azioni di manutenzione straordinaria anche se del caso importanti, uno dei momenti di attenzione nella circolarità dei materiali deve essere anche la scelta delle azioni di disassemblabilità, al fine di ridurre le azioni necessarie in tali evenienze e non rischiare di produrre rifiuti per inopportune scelte di base in fase di ideazione e progettazione dell’opera.
Il controllo dell’emissione di carbonio
Uno dei principali effetti che si vuole considerare, per ridurlo-mitigarlo, come conseguenza dell’attività antropica è quello dell’effetto serra e, conseguentemente, dei cambiamenti climatici. Non è questa la sede per determinare le motivazioni e l’entità di tale fenomeno, ma certamente è acclarato che un progetto sostenibile deve impegnarsi a far sì che vi sia una mitigazione di tali cambiamenti.
Ne consegue che la progettazione di un’opera deve essere attenta a questo fenomeno e in particolare deve eseguire un controllo e, possibilmente, un’ottimizzazione e gestione dell’emissione del carbonio sia durante la fase di costruzione sia di gestione dell’opera.
Questa analisi va sotto il nome di carbon footprint (impronta di carbonio) che è una misura che esprime il totale delle emissioni di gas ad effetto serra, espresse generalmente in tonnellate di CO2 equivalente, associate direttamente o indirettamente a un prodotto, servizio oppure Organizzazione. Nel caso specifico, partendo da quanto noto a questi livelli e specificamente normato mediante norme e prassi (settore UNI, ISO), occorre porre l’attenzione su come utilizzare questi strumenti al caso di un’opera pubblica.
Anche per questo aspetto occorre stare attenti e chiarire eventuali equivoci che si possono manifestare se non si pone la necessaria attenzione per le considerazioni e le analisi da svolgere, l’essenza stessa della centralità del progetto dell’opera.
Ciò che preme sottolineare è che tutta l’analisi dell’impronta carbonica dell’opera non deve essere sviluppata in quanto fine a sé stessa, ovvero lo scopo non deve essere quello di conoscere che l’opera ha un’impronta di x ton di CO2, quanto piuttosto che sono state eseguite una serie di scelte al fine di rendere minimo tale valore, evidenziandole opportunamente.
Nel proseguo dello sviluppo della materia si auspica anche che sarà possibile definire un target di riferimento per ogni tipologia di opera e quindi poter fare dei controlli sulla qualità del progetto come, per esempio, accade nel mondo dell’energia. Dare questo input al momento potrebbe essere un po’ velleitario, ma certamente si deve procedere anche accumulando esperienza significativa nello sviluppo dei progetti sostenibili.