Vision History

Dal lago d’Orta al Nilo

Viaggi (letteralmente) d’altri tempi: la storia degli scalpellini piemontesi che andarono a costruire le prime dighe di Assuan

 

di FABRIZIO APOSTOLO

Un libro più unico che raro, è il caso di dirlo. Scrigno di storie della stessa pasta, che a noi interessano particolarmente in quanto evocano, in primis, umanità e straordinarietà, e perché raccontano, connettendole, la materia delle costruzioni e quella della mobilità.

Il libro ha 20 anni esatti, si intitola “Pietre Bianche. Vita e lavoro nelle cave di granito del lago d’Orta” ed è firmato da Filippo Colombara per l’editore Alberti di Verbania. Ho avuto modo di consultarne una copia a Lagna, frazione di San Maurizio d’Opaglio (Novara), civitas sospesa tra il lago di Gianni Rodari e le cave di granito bianco, frequentate ed estremamente vissute prima del Boom economico dagli scalpellini di San Maurizio, Alzo, Pella, Boleto, Madonna del Sasso e via elencando.

Uno dei passaggi più significativi di queste pagine riguarda l’emigrazione, in Sardegna, Svizzera, Francia e persino in Egitto, con destinazione finale Assuan. Qui, gli scalpellini cusiani contribuirono, con la loro expertise, come si suol dire, alle prime estensioni della diga originaria coprendo un arco di viaggio che andò dai primi anni Dieci del Novecento alla fine degli anni Quaranta.

I viaggi dalle acque del lago d’Orta a quelle del Nilo iniziarono già prima della Grande Guerra, dunque, come documentano le richieste di passaporto. Tra il 1930 e il 1933 da Pella e Alzo con destinazione Assuan partirono per esempio, documenta l’autore, 25 scalpellini che portarono a casa, tra le altre cose, racconti intrisi di epicità. Così come epici furono senz’altro quei viaggi.

Anni '30: scalpellini piemontesi in trasferta ad Assuan (immagini tratte dal volume citato)

Giù in Esgìt c’avevan da finire una diga…

Un’altra testimonianza di qualche anno più tardi racconta di un itinerario in nave da Genova a Beirut e poi sempre in nave ad Alessandria. Quindi in treno da Alessandria al Cairo e in carrozza dal Cairo ad Assuan. “Giù in Esgìt – così recita, lapidaria, una delle tante testimonianze raccolte da Colombara – c’avevan da finire una diga, non riuscivano a finirla per la data prevista e allora c’han richiesti di qua”.

Ad Alessandria ci aspettavano gli incaricati dell’impresa, siamo andati all’albergo a mangiare, poi alle undici abbiamo preso il treno, una carrozza tutta per noi, siamo partiti per il Cairo e siamo arrivati alla mattina. Alla sera siamo andati già ad Assuan. Siamo arrivati a mezzogiorno. Alla sera poi siamo andati alle nostre baracche di paglia e sabbia”.

In Egitto gli scalpellini piemontesi lavoravano e formavano le maestranze locali. Poi tornavano a casa. A raccontare la vita dura ma insieme leggendaria di quell’esperienza di vita e comunità: “Facevamo blocchi per la diga. Era granito rosa, come quello di Baveno, però non c’erano vere montagne, era tutto colline di sabbia […] Si stava benone, avevamo un nostro cuoco”. 

Una “gita di piacere”. Almeno vista con gli occhi di uno scalpellino cusiano che nel 1928 andò in Congo Belga per costruire la ferrovia di Brazzaville. Ci arrivò da Anversa, via mare, dopo 45 giorni di navigazione. 

Letteralmente: altri tempi.

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