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		<title>Ponti su misura di territori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[fabrizio.apostolo@gmail.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 08:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Progetto]]></category>
		<category><![CDATA[Vision Expert]]></category>
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					<description><![CDATA[Vincoli ambientali, esigenze funzionali, condizioni geotecniche, interferenze, continuità dei servizi: l’integrazione di una molteplicità di fattori nella progettazione fa sì che la sostituzione di un’opera esistente si trasformi in occasione per ripensare l’intero nodo.
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Vincoli ambientali, esigenze funzionali, condizioni geotecniche, interferenze, continuità dei servizi: l’integrazione di una molteplicità di fattori nella progettazione fa sì che la sostituzione di un’opera esistente si trasformi in occasione per ripensare l’intero nodo</h2>				</div>
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									<p><strong style="color: #0d1e51; font-size: 15.75px;"><span style="color: #fd6925;">di</span> DAVIDE MASERA, VALENTIN LUDUEÑA| </strong><span style="color: #0d1e51; font-size: 15.75px;">Masera Engineering Group</span></p><p><span class="ap-dropcaps ap-square">P</span>er rispondere alle attuali esigenze viabilistiche e normative, l’intervento oggetto di analisi e divulgazione è finalizzato alla demolizione e ricostruzione di un nuovo ponte a scavalco di una strada statale, con il contestuale adeguamento della viabilità esistente. Le opere strutturali previste non si limitano alla realizzazione del nuovo ponte, ma comprendono anche una serie di interventi secondari di rilevante importanza, sia dal punto di vista tecnico sia funzionale. In questo quadro si inseriscono interventi quali sistemazione di rotatorie, riconfigurazione di incroci stradali, realizzazione di diverse opere di sostegno e l’inserimento di percorsi ciclabili.</p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;"><strong style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: 0px; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Contesto</strong></p><p style="background: 0px 0px #ffffff;"><span style="background-color: #ffffff;">L’area presenta un significativo interesse viabilistico e paesaggistico in quanto costituisce un punto di scavalco di una strada statale, <b>arteria di importanza strategica</b> che, con una tratta di oltre 140 km, collega un’area metropolitana a un confine internazionale, proseguendo in territorio estero con altra denominazione. Il contesto è inoltre interessato da percorsi ciclo-pedonali, itinerari di interesse paesistico-panoramico e dalla presenza di un’area di geositi. La struttura attuale ospita una carreggiata che, per motivi strutturali, è percorribile unicamente a senso unico limitatamente ai mezzi non superiori alle 25 ton; la carreggiata è stata partizionata, senza barriere di protezione, in modo da poter ospitare una pista ciclopedonale in continuità alla passerella esistente. L’opera è un viadotto di circa 56 m, articolato in più campate di luce simile. </span></p><p style="background: 0px 0px #ffffff;"><span style="background-color: #ffffff;">L<b>a struttura portante è costituita da pile in cemento armato a sezione piena, con altezza variabile, affiancate da due spalle dotate di fondazioni e muri laterali per il contenimento del terreno</b>. Sopra le strutture verticali poggia un impalcato di 6,40 x 56 m formato da quattro travi in c.a. di sezione trapezoidale gettate a piè d’opera e successivamente varate.</span></p><p style="background: 0px 0px #ffffff;"><strong style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: 0px; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Vincoli e tutele</strong></p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;"><span style="background-color: #ffffff; letter-spacing: 0px;">L’area, regolata dal Piano di Governo del Territorio, è caratterizzata da un <b>geosito di alto valore, che impone forti limitazioni geologiche all’uso del suolo</b>, pur in presenza di servizi esistenti. Si tratta di un <b>contesto urbanizzato</b>, attraversato da infrastrutture viarie e percorsi ciclopedonali, ma al tempo stesso destinato al rafforzamento del valore naturalistico e della connessione ecologica e paesaggistica. <b>La presenza di un corso d’acqua introduce un ulteriore vincolo di tutela paesaggistica</b>, rendendo necessarie attente verifiche di compatibilità ambientale. La strada statale rappresenta un’arteria strategica per il traffico commerciale e turistico dell’Italia settentrionale, pur presentando criticità legate a morfologia complessa, elevato volume di traffico e presenza, su entrambi i lati, di svincoli di ingresso e uscita che ne condizionano la geometria. </span></p><p style="background: 0px 0px #ffffff;">Un importante indirizzo progettuale è stato quello di minimizzare le chiusure, anche parziali, sull’arteria stradale principale, in virtù della sua importanza. Le viabilità secondarie costituiscono parte integrante del sistema infrastrutturale. Altri elementi da attenzionare rispetto ai vincoli morfologici di intervento riguardano un’intersezione con la viabilità lato Nord-Est, una congiunzione con una pista ciclopedonale su entrambi i lati, la presenza di due scalinate di accesso al rilevato antistante, su cui sorge una chiesa parrocchiale, un manufatto idraulico scatolare che incanala una roggia presente al di sotto del rilevato e la presenza, sul tratto Est-Ovest di una viabilità locale, di un accesso a una proprietà privata.</p><div><span style="background-color: #ffffff;"> </span></div>								</div>
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									<p><strong style="letter-spacing: 0px; background-color: #ffffff; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Proposta di intervento</strong></p><p>L&#8217;intervento progettuale è finalizzato alla sostituzione del ponte esistente lungo l’arteria principale con una nuova opera dalle caratteristiche strutturali e geometriche rispondenti agli standard tecnici e normativi attuali, nonché adeguata alle esigenze funzionali e di sicurezza della rete viaria locale e sovracomunale.<b> La nuova opera è progettata per incrementare il franco verticale delle strutture rispetto al piano viabile dell’arteria sottostante, garantendo migliori condizioni di sagoma e sicurezza per il traffico veicolare e favorendo la durabilità dell’opera stessa</b>. Inoltre, l’intervento consentirà di affrontare e risolvere alcune criticità già presenti nel nodo, tra cui l’intersezione tra uno svincolo di uscita dall’asse principale e la viabilità locale. Un ulteriore obiettivo progettuale consiste nella <b>separazione funzionale e protetta dei percorsi ciclopedonali dalla viabilità carrabile</b>, mediante soluzioni strutturali che garantiscano adeguata sicurezza per l’utenza debole e favoriscano la mobilità sostenibile, in coerenza con le politiche di connessione territoriale.</p><p><strong style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: 0px; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Scelte progettuali</strong></p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;"><span style="letter-spacing: 0px;">La progettazione ha avuto inizio dalle geometrie del nuovo ponte, le cui importanti dimensioni trasversali, rispetto a quelle delle strutture esistenti, hanno condizionato alcune scelte e imposto nuovi vincoli in relazione alla progettazione dei tracciati stradali. Si è dapprima definita la composizione della nuova sede stradale, prevista in parte in opera (nuovo cavalcavia in sovrappasso alla strada statale) e in parte su rilevato, classificandola come strada di tipo F2, a doppio senso di marcia, affiancata da marciapiedi e pista ciclopedonale. </span></p><p>Le ridotte dimensioni dell’area hanno fortemente condizionato la progettazione del tracciato planimetrico, delle livellette e delle sopraelevazioni, rendendo necessario un allargamento in curva del ponte, con ripercussioni anche sulla soletta di impalcato. Inoltre, la necessità di raccordare le sopraelevazioni stradali in uno spazio limitato ha portato a una configurazione della sede caratterizzata da doppia pendenza, con variazioni progressive lungo l’impalcato. Di conseguenza, per evitare un eccessivo ricarico in soletta e garantire un adeguato franco sull’arteria sottostante, il progetto ha ottimizzato la geometria dell’impalcato, contenendo le dimensioni del graticcio attraverso specifici accorgimenti progettuali. </p><p>Nello specifico, lo scavo su un tratto di viabilità della parte di rilevato antistante un edificio di culto ha comportato la necessità di inserire opere di sostegno. Sul lato opposto si è scelto di studiare opere che limitassero gli scavi al piede del rilevato e che non andassero a interferire con il sistema della roggia esistente. Le soluzioni adottate sono state: <b>la conservazione della spalla esistente, ripristinata, come sostegno per il rilevato, con la realizzazione a tergo di una spalla cordolo di ridotte dimensioni a sostegno del nuovo impalcato, scelta che comporta minore impatto su costi e tempistiche esecutive; la realizzazione della pista ciclopedonale come opera a sbalzo, in modo da non interessare, con scavi e rilevati con conseguenti opere a sostegno degli stessi, la zona della roggia</b>.</p>								</div>
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									<p><strong style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: 0px; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Allineamento ai CAM</strong></p><p style="background: 0px 0px #ffffff;">Il progetto è stato pienamente allineato ai Criteri Ambientali Minimi riguardanti la progettazione e realizzazione delle infrastrutture stradali, per <b>garantire un approccio sostenibile e attento agli impatti ambientali</b>. La gestione dei materiali da scavo è stata pianificata con l’obiettivo prioritario di favorirne il riutilizzo, limitando per quanto possibile il ricorso allo smaltimento. Inoltre, al termine dei lavori è prevista la rinaturalizzazione dei luoghi, con opere di mitigazione e compensazione ambientale e interventi a verde, volti a favorire il corretto inserimento dell’opera nel contesto territoriale.</p><p style="background: 0px 0px #ffffff;"><strong style="letter-spacing: 0px; background: 0px 0px #ffffff; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Nuovo cavalcavia</strong></p><p style="background: 0px 0px #ffffff;">Il nuovo cavalcavia previsto in sovrappasso alla strada statale rappresenta un elemento strutturale strategico all’interno del sistema infrastrutturale di progetto, concepito per garantire continuità viaria, efficienza funzionale e inserimento armonico nel contesto esistente. L’opera è costituita da un impalcato a graticcio realizzato in struttura mista acciaio-calcestruzzo, una soluzione che consente di ottimizzare il rapporto tra resistenza, durabilità e velocità di montaggio, soprattutto in presenza di interferenze con infrastrutture sottostanti ad alta intensità di traffico. L’impalcato è impostato su quattro allineamenti di appoggio: due spalle poste alle estremità dell’opera e due pile intermedie. <b>Le finiture dell’impalcato sono previste in acciaio autopatinabile tipo Cor-Ten</b>, selezionato per le sue proprietà di resistenza alla corrosione atmosferica e per le sue qualità estetiche, che favoriscono l’integrazione paesaggistica. </p><p style="background: 0px 0px #ffffff;">La piattaforma dell’impalcato ha uno sviluppo di circa 60 m e accoglie una carreggiata a doppio senso di marcia, affiancata da elementi dedicati alla mobilità ciclopedonale. In particolare, sul lato sinistro è presente un marciapiede di servizio mentre sul lato opposto è collocata una pista ciclopedonale bidirezionale. La spalla SPA è realizzata con fondazioni dirette, in aderenza al fronte roccioso, garantendo continuità funzionale e statica con il pendio naturale. La spalla SPB, in diverse condizioni geotecniche, è fondata su micropali e realizzata come cordolo affiorante a tergo della spalla esistente, con parziale demolizione e inserimento di un camminamento tecnico per ispezione e manutenzione. Le pile P1 e P2 sono anch’esse su micropali, con sviluppo altimetrico differenziato. I fusti sono progettati considerando la vicinanza dello svincolo, con pulvini a sbalzo per evitare interferenze con il traffico.</p><p style="background: 0px 0px #ffffff;"><strong style="letter-spacing: 0px; background: 0px 0px #ffffff; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Opere di sostegno</strong></p><p style="background: 0px 0px #ffffff;">La conformazione delle nuove viabilità di progetto prevede importanti operazioni di scavo. Le opere comprendono una parete chiodata realizzata contestualmente al prescavo per la formazione di una pista di cantiere e successivamente inerbita; una paratia berlinese di micropali con un ordine di tiranti in corrispondenza della porzione più alta del fronte; una controparete gettata in opera in calcestruzzo magro entro lastre cassero prefabbricate e tralicciate, con finitura effetto pietra e possibilità di ispezione delle teste dei tiranti, sostenuta al piede da fondazioni che costituiranno il nuovo marciapiede sul ciglio della viabilità locale. Inoltre, per le opere di sostegno del rilevato antistante la chiesa <b>è previsto un sistema di monitoraggio strutturale </b>articolato in due fasi distinte, corrispondenti rispettivamente alla fase provvisoria di scavo e alla fase definitiva.</p><p style="background: 0px 0px #ffffff;"><strong style="letter-spacing: 0px; background: 0px 0px #ffffff; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Pista e cordolo</strong></p><p style="background: 0px 0px #ffffff;">L’opera comprende strutture di sostegno funzionali alla realizzazione della pista ciclopedonale che collega un attraversamento presso una rotatoria asimmetrica con la quota del nuovo cavalcavia, sviluppandosi in rampe rettilinee accessibili. Inoltre, un muro di contenimento sostiene il rilevato stradale, protegge la viabilità ciclopedonale e funge da fondazione per la barriera tipo New Jersey. Dall’altro lato della strada statale, sul ciglio sinistro è previsto un cordolo porta-barriera su micropali destinato a garantire la stabilità delle barriere di sicurezza. </p><p style="background: 0px 0px #ffffff;">Sul ciglio destro, invece, sarà realizzato un cordolo su micropali che svolgerà una doppia funzione: supportare le nuove barriere di protezione e fungere da struttura a sbalzo a sostegno della pista ciclopedonale adiacente. Sul lato esterno del cordolo del ciglio destro verranno installate <b>travi a sbalzo e lastre metalliche prefabbricate</b>, che fungeranno da cassero a perdere per il sostegno delle solette della pista ciclopedonale, la quale si collegherà alla passerella esistente.</p><div> </div>								</div>
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									<p><strong style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: 0px; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Interventi stradali</strong></p>
<p style="background: 0px 0px #ffffff;">Il progetto, coinvolgendo un’ampia area di intervento, prevede lo spostamento plano-altimetrico degli assi viari esistenti, condizione che comporta la necessità di una completa ricollocazione delle sedi stradali, comprensiva di adeguamento dei rilevati, opere accessorie e realizzazione ex novo dell’intero pacchetto di pavimentazione nelle aree di nuova formazione. In particolare, il mantenimento della rotatoria esistente sul lato Ovest ha rappresentato un vincolo fisico per il nuovo tracciato, da cui è partita la progettazione di una rotatoria asimmetrica in grado di integrarsi con la viabilità esistente e migliorare il flusso veicolare. Inoltre, la ridotta larghezza della sede stradale e la presenza di vincoli come la roggia e il rilevato roccioso adiacente alla chiesa hanno reso necessarie soluzioni progettuali mirate a minimizzare le occupazioni e ottimizzare le sezioni disponibili, garantendo sicurezza e funzionalità del tracciato.</p>
<p style="background: 0px 0px #ffffff;"><strong style="letter-spacing: 0px; background: 0px 0px #ffffff; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Sequenza operativa</strong></p>
<p style="background: 0px 0px #ffffff;">La suddivisione in macrofasi è stata definita tenendo conto sia delle esigenze tecniche connesse all’esecuzione, sia delle condizioni operative del cantiere (impatti sulla viabilità, gestione delle interferenze, etc.). Particolare attenzione è stata dedicata alla demolizione della struttura esistente, prevedendo attività preparatorie e propedeutiche necessarie a garantire adeguati livelli di sicurezza strutturale, ambientale e operativa. La fasistica di demolizione comprende: rimozione e smaltimento del parapetto metallico del ponte, con esecuzione in notturna e divieto di transito a mezzi pesanti; <b>demolizione meccanica dell’impalcato con impiego di escavatore con pinza idraulica e martello demolitore</b>, seguita dalla rimozione e trasporto dei detriti, preservando le spalle esistenti, in particolare la spalla Est che subirà una demolizione parziale; decostruzione dei pulvini e delle pile.&nbsp;</p>
<p style="background: 0px 0px #ffffff;">Per ottimizzare le fasi costruttive e, in particolare, minimizzare la durata e la frequenza delle chiusure al traffico della strada statale, il progetto ha previsto l’impostazione dell’impalcato su nuove sottostrutture in calcestruzzo armato gettato in opera. Questa scelta consente di svincolare le attività di varo delle strutture metalliche da eventuali interferenze con le lavorazioni di fondazione e sostegno, aumentando l’efficienza del cantiere e riducendo l’impatto sulla viabilità. <b>I nuovi impalcati del cavalcavia saranno realizzati mediante l’impiego di conci metallici trasportati a piè d’opera</b>, in seguito assemblati e varati in sito secondo una sequenza esecutiva attentamente pianificata. L’operazione di varo degli elementi strutturali verrà eseguita esclusivamente in orario notturno, durante la chiusura totale programmata della statale, per minimizzare le interferenze con la viabilità ordinaria e garantire la massima sicurezza durante le fasi di sollevamento e posa in quota.&nbsp;</p>
<p style="background: 0px 0px #ffffff;"><strong style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: 0px; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Conclusioni</strong></p>
<p style="background: 0px 0px #ffffff;"><span style="background-color: #ffffff;">Il progetto affronta e risolve una sfida complessa, derivante dai molteplici vincoli esistenti e dalle specificità del contesto. In questo quadro, gli studi progettuali sono stati sviluppati in accordo con l’ente gestore, tenendo conto dei vincoli imposti dalla committenza e dallo stato stesso dei luoghi. <b>Le scelte progettuali sono state improntate al fine di ottenere il miglior rapporto costi/benefici in relazione alle esigenze strutturali e funzionali, senza trascurare gli aspetti di manutenzione e futura gestione</b>, prestando particolare attenzione agli aspetti architettonici e di fruibilità delle opere, attraverso finiture e interventi di mitigazione ambientale che tengano in considerazione l’alta valenza paesaggistica del contesto.</span><span style="letter-spacing: 0px;">.</span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #ffffff;"><b>DAVIDE MASERA | </b></span><span style="color: #ffffff;"><i>CEO di Masera Engineering Group Srl, è ingegnere civile laureato al Politecnico di Torino e con dottorato di ricerca in ingegneria strutturale dello stesso ateneo,  con cui svolge continuativamente attività di ricerca scientifica. È s</i></span><i style="color: #ffffff; letter-spacing: 0px;">pecialista nella progettazione di strutture in calcestruzzo armato precompresso, ponti e viadotti, edifici alti e monitoraggio strutturale di infrastrutture.</i></p><p><span style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;"><b>Company | </b>Masera Engineering Group</span></p>								</div>
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									<p><span style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;"><b>VALENTIN LUDUEÑA</b></span><span style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;"><b> | </b></span><span style="color: #ffffff;"><i>Ingegnere civile laureato al Politecnico di Torino, si occupa di progettazione di infrastrutture civili (nuove opere e adeguamento di opere esistenti), con particolare riferimento agli aspetti relativi alla redazione di documentazione tecnica, economica e di sicurezza.</i></span></p><p><span style="letter-spacing: 0px;"><span style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;"><b>Company | </b>Masera Engineering Group</span></span></p>								</div>
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		<title>Monitoraggio di rete</title>
		<link>https://visionjournal.it/monitoraggio-di-rete/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[fabrizio.apostolo@gmail.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 10:19:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Progetto]]></category>
		<category><![CDATA[Vision Expert]]></category>
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					<description><![CDATA[Ritorni d’esperienza e scenari di sviluppo nella gestione del rischio infrastrutturale attraverso dati, modellazione avanzata e manutenzione predittiva, nello scenario del network ASTM. Il ruolo, metodologico, tecnologico e connettivo, di Sina. 
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										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="28570" class="elementor elementor-28570" data-elementor-post-type="post">
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Ritorni d’esperienza e scenari di sviluppo nella gestione del rischio infrastrutturale attraverso dati, modellazione avanzata e manutenzione predittiva, nello scenario del network ASTM. Il ruolo, metodologico, tecnologico e connettivo, di Sina</h2>				</div>
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									<p><strong style="color: #0d1e51; font-size: 15.75px;"><span style="color: #fd6925;">di</span> MICHELE MORI, EDOARDO TROIELLI, ANDREA PISCINI | </strong><span style="color: #0d1e51; font-size: 15.75px;">SINA (ASTM Group)</span></p><p><span class="ap-dropcaps ap-square">L&#039;</span>evoluzione dell’esperienza del Gruppo ASTM nel <b>monitoraggio strutturale di ponti e viadotti </b>evidenzia un progressivo passaggio da interventi puntuali di diagnosi di approfondimento a un approccio organico di monitoraggio sistemico a livello di rete. Il Gruppo, infatti, ha accelerato la <b>trasformazione dei propri metodi di progettazione e controllo, introducendo tecnologie avanzate per la gestione di grandi volumi di dati </b>e la raccolta di informazioni eterogenee. L’infrastruttura monitorata è oggi in rapida espansione, con un numero crescente di opere e sensori installati, e con sistemi capaci di integrare monitoraggio di tipo visivo e strumentale, statico, dinamico, oltreché ambientale e satellitare. </p><p>L’esperienza maturata ha favorito lo <b>sviluppo di soluzioni adattive e interoperabili, la creazione di piattaforme unificate per l’integrazione dei dati SHM e delle evidenze ispettive</b>, nonché l’avvio di collaborazioni con università e partner industriali dedicate all’innovazione degli strumenti hardware, software e delle metodologie di analisi, inclusi modelli di AI e Digital Twin. </p><p>Permangono diverse sfide &#8211; dall’integrazione di tecnologie eterogenee alla gestione efficiente dei dati, fino alla mitigazione del rischio di <i>lock-in</i> tecnologico &#8211; ma emergono, allo stesso tempo, importanti opportunità: scalabilità, ottimizzazione della strumentazione e introduzione di modelli predittivi evoluti. <b>Il Gruppo ASTM sta orientando il proprio approccio verso una gestione del rischio strutturale a livello di rete, in cui l’Asset Management e la manutenzione predittiva sono elementi cardine, mentre il sistema SHM si rivela uno strumento strategico da mantenere e far evolvere nel tempo.</b></p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;"><strong style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: 0px; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Integrazione dati e sistema di controllo</strong></p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;"><span style="letter-spacing: 0px;">La metodologia per la gestione delle infrastrutture adottata dal Gruppo ASTM è da sempre rappresentata da un processo circolare di miglioramento continuo, costituito dalle fasi di Controllo, Pianificazione, Progettazione e Realizzazione degli interventi. Nella fase di Controllo, le informazioni ricavate dalla periodica sorveglianza delle infrastrutture vengono oggi integrate da informazioni ricavate da modelli matematici e da dati acquisiti per mezzo di innovativi sistemi di monitoraggio strutturale, che permettono di quantificare in continuo il livello di prestazione dei manufatti. </span></p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;"><span style="letter-spacing: 0px;">L<b>’adozione di un sistema di moni­toraggio strumentale, su un’opera nuova o esistente, consente di ottenere benefici nel breve e nel lungo periodo.</b> Nel breve termine, permette di monitorare in continuo feno­meni di danneggiamento noti o di potenziale formazione, offrendo la possibilità di allertare tempestivamente il gestore in caso di superamento di soglie predefinite. Nel lungo periodo, invece, consente di monitorare l’evoluzione del comportamento strutturale nel tempo, misurando e quantificando i processi di naturale invecchiamento e degrado dei ma­teriali e supportando così la valutazione delle capacità residue delle strutture monitorate</span></p><p>La conoscenza e la quantificazione dell’evoluzione del comportamento strutturale nel tempo, unitamente alla possibilità di aggiornare i modelli matematici sulla base dei dati acquisiti attraverso la rete di sensori, consentono agli ingegneri strutturisti di individuare eventuali criticità, suggerire interventi mirati e definire piani di manutenzione preventiva volti a prolungare la vita utile delle strutture, ottimizzando al contempo le risorse disponibili. In tale contesto, i sistemi adottati sono inoltre progettati per <b>interoperare, anche mediante modelli BIM</b>, con altre piattaforme di simulazione e gestione, quali gli Asset Management System (AMS), finalizzati all’ottimizzazione delle attività di manutenzione ordinaria e straordinaria. </p><p>Essi si integrano, inoltre, con gli archivi informativi contenenti gli esiti dei controlli e delle ispezioni in sito, contribuendo a una gestione dell’infrastruttura sempre più integrata, efficiente e sostenibile. L’approccio consente di realizzare un’innovativa sinergia tra i protocolli tradizionali di sorveglianza &#8211; basati su ispezioni periodiche in sito e prove non distruttive &#8211; e i sistemi di monitoraggio strutturale che operano in continuo, rafforzando in modo significativo le capacità di controllo, analisi e gestione del patrimonio infrastrutturale.</p>								</div>
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									<p><strong style="letter-spacing: 0px; background-color: #ffffff; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Monitoraggio di rete</strong></p><p>Il Gruppo ASTM, storicamente polo d’eccellenza in materia di “ingegneria del controllo”, sta raffinando costantemente le procedure di integrazione dei propri sistemi dedicati, introducendo tecnologie avanzate per la raccolta in continuo di informazioni sullo stato di salute delle opere d’arte. Sebbene il monitoraggio strutturale in continuo abbia inizialmente riguardato il controllo puntuale e approfondito di opere in situazioni critiche, le Società Concessionarie del Gruppo ASTM hanno da subito avviato un programma volto all’<b>implementazione di sensoristica su molte delle opere d’arte maggiori</b> ricomprese lungo i tronchi autostradali di competenza, offrendo la possibilità di attuare un progressivo passaggio da un monitoraggio occasionale e locale a un <b>monitoraggio organico e distribuito a livello di rete</b>. Per dare evidenza a questa considerazione, possiamo sottolineare il fatto che il patrimonio complessivo dei sistemi di monitoraggio &#8211; già installati, da installare o in progettazione &#8211; consentirà, nel prossimo futuro, il <b>controllo in continuo di oltre 200 opere d’arte maggiori</b> sulla rete del Gruppo ASTM.</p><p>L’approccio al monitoraggio strutturale a livello di rete ha richiesto l’avvio di un’iniziativa di <b>standardizzazione interna dei processi di definizione e progettazione dei sistemi di monitoraggio</b>, dei protocolli di interoperabilità e dei metodi di analisi dei dati acquisiti e di controllo dello stato di salute delle strutture, nonché delle procedure per la gestione operativa dell’intero servizio. Tale processo è stato sviluppato dalle Società concessionarie del Gruppo, in collaborazione con il consorzio interuniversitario Fabre, avvalendosi delle competenze specialistiche delle proprie società di ingegneria (<a href="https://www.sina.it/">Sina</a>) e di impianti e tecnologie (<a href="https://www.sinelec.it/">Sinelec</a>). </p><p>Nel processo definito per la progettazione dei sistemi di monitoraggio, le grandezze ingegneristiche di interesse sono valutate, opera per opera, come risultato di uno studio mirato all’individuazione degli scenari di danno che possono coinvolgere l’opera stessa e quindi degli indicatori di danno che consentono di tracciarne l’evoluzione e riconoscerne la potenziale formazione. Ad ogni indicatore è associata una o più grandezze fisiche di interesse, che possono riguardare il comportamento “statico” o quello “dinamico” dell’opera. I sistemi di monitoraggio strutturale così progettati si basano sulla misura e acquisizione di queste grandezze, quali per esempio spostamenti relativi tra parti strutturali, spostamenti assoluti, deformazioni, rotazioni, forze, variabili ambientali e accelerazioni.</p><p>La metodologia di analisi dei dati sviluppata per il monitoraggio strutturale a livello di rete prevede la configurazione, l’allenamento e l’avvio di algoritmi di analisi automatizzati, mirati al riconoscimento di potenziali anomalie nel breve e lungo periodo. In linea con i criteri adottati per la progettazione dei sistemi, queste analisi sono condotte separatamente per ciascun scenario di danno individuato, tramite <b>algoritmi che permettono di calcolare gli indicatori di danno nel tempo</b> e, quindi, tracciarne l’andamento nelle carte di controllo. </p><p>In questo modo, le potenziali anomalie riscontrate nell’analisi di uno o più indicatori di danno potranno essere direttamente ricondotte ai meccanismi di danno inizialmente individuati. Alle analisi condotte in automatico è affiancato un protocollo di gestione operativa del servizio di monitoraggio strutturale, che prevede l’esecuzione di attività di approfondimento ordinarie e periodiche e attività di analisi straordinarie, da condurre ogni volta che emergono situazioni anomale, per valutarne l’effettiva criticità e suggerire al gestore eventuali misure gestionali. </p>								</div>
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									<p><strong style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: 0px; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Piattaforma SGM e interoperabilità</strong></p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;">Lungo le tratte di competenza delle Società del Gruppo ASTM, sono inevitabilmente presenti sensori di monitoraggio e architetture di acquisizione di diversa tecnologia e fornitura, introdotti progressivamente nel tempo. L’integrazione e armonizzazione dei dati provenienti dai sistemi di campo distribuiti sulla rete, allo scopo di fornire un uniforme servizio di monitoraggio strutturale, nonché un’omogenea gestione della configurazione e gestione dei sistemi di monitoraggio stessi, ha comportato la definizione e l’adozione di un’architettura globale strutturata su più livelli, nonché la definizione e implementazione di protocolli di interoperabilità in grado di garantire un’affidabile ed efficace comunicazione, in tutte le direzioni, tra i diversi livelli definiti. </p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;">Tali concetti sono implementati nella <b>Piattaforma SHM (<i>Structural Health Monitoring</i>) di Gruppo, sviluppata per il Gruppo ASTM da Sinelec in collaborazione con il consorzio Fabre e con il supporto di Sina</b>. La piattaforma è un sistema avanzato conforme alle Linee Guida Ponti per il monitoraggio e la gestione centralizzata di tali infrastrutture stradali. Si basa su un’architettura a tre livelli (sistemi di campo, unità Edge e centro di calcolo) e garantisce un flusso informativo scalabile e accessibile a diversi livelli decisionali. L’obiettivo principale dello sviluppo è stato anche in questo caso quello di supportare i gestori nell’individuazione precoce di anomalie, favorendo interventi manutentivi tempestivi e migliorando la sicurezza operativa. </p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;">Il sistema, inoltre, integra un patrimonio informativo completo, che include dati tecnici e amministrativi arricchiti da analisi multirischio (sismico, idraulico, geologico), permettendo una <b>visione contestualizzata dell’opera</b>. I dati provenienti dai sistemi di monitoraggio strutturale vengono elaborati tramite modelli e algoritmi che identificano e permettono di valutare gli scenari di danno individuati per ogni opera, passando da una logica reattiva a una logica di manutenzione predittiva.  La piattaforma supporta anche la gestione evolutiva dei sistemi attraverso il tracciamento degli interventi, il controllo della sensoristica e l’integrazione di modelli BIM, garantendo una gestione più efficace delle attività di gestione e manutenzione.</p>								</div>
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									<p><strong style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: 0px; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Ricerca e sviluppo</strong></p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;"><span style="letter-spacing: 0px;">L’evoluzione dei sistemi di monitoraggio strutturale implementati dal Gruppo ASTM ha evidenziato come la disponibilità di grandi quantità di dati eterogenei rappresenti non solo una sfida gestionale, ma anche un’importante opportunità per sviluppare nuovi strumenti di analisi. Gli studi in corso hanno come obiettivo quello di proporre nuovi approcci per la diagnosi e la predizione dell’evoluzione del comportamento strutturale, per stimare, in ultima analisi, con sempre maggiore accuratezza, la vita utile residua delle strutture. In tale contesto, è stato avviato negli ultimi anni un <b>articolato programma di ricerca e sviluppo, condotto in collaborazione con atenei e partner industriali,</b> finalizzato all’innovazione degli strumenti hardware e software, delle metodologie di interpretazione dei dati e dei modelli previsionali avanzati. Le principali attività di ricerca riguardano, in particolare, l’integrazione dei dati provenienti da differenti fonti di monitoraggio, lo sviluppo di modelli di Intelligenza Artificiale, l’implementazione di Digital Twin strutturali e l’ottimizzazione della gestione di grandi volumi di dati SHM.</span></p><p>La collaborazione tra Sina e il Politecnico di Milano, con la <b>sponsorizzazione di borse di dottorato e assegni di ricerca legati al PNRR</b>, si inquadra in questo contesto. Attraverso la collaborazione con il Politecnico, Sina sta conducendo studi su argomenti diversi: integrazione tra dati satellitari InSAR e dati provenienti dai sistemi di monitoraggio strutturale tradizionali, applicazione di <b>tecniche di Machine Learning per il riconoscimento automatico di anomalie su opere</b> caratterizzate da disponibilità limitata di dati, costruzione di modelli FEM continuamente aggiornati tramite i dati acquisiti dai sistemi SHM, per la rappresentazione in tempo quasi reale dello stato della struttura e la sua evoluzione nel tempo allo scopo di individuare anomalie. Il primo studio, legato alla tecnologia di <b>monitoraggio satellitare</b>, ha come obiettivo quello di combinare le informazioni acquisite localmente dai sensori installati sull’opera con dati satellitari di larga scala, ottenendo una visione multi-livello del comportamento strutturale. </p><p>Le attività condotte hanno mostrato come lo sfruttamento di informazioni provenienti dai dati satellitari possa migliorare significativamente la capacità di individuare comportamenti anomali e fornire supporto per l’interpretazione dei fenomeni di degrado. Parallelamente, sfruttando tecniche di <i>Transfer Learning</i> e <i>Domain Adaptation</i>, è stato sviluppato un approccio che consente di <b>trasferire la conoscenza acquisita su strutture o campate fortemente equipaggiate con sensoristica verso altre opere o porzioni strutturali monitorate in minore misura o, addirittura, non monitorate</b>. Tale metodologia, basata sull’allineamento statistico dei dati e sull’utilizzo di modelli probabilistici, rappresenta una soluzione promettente per estendere le capacità diagnostiche del monitoraggio a livello di rete, puntando a ottimizzare consistenza e tipologia della strumentazione di campo. Oltre all’approccio data-driven, sono in fase di sviluppo modelli Digital Twin probabilistici e metodologie di aggiornamento automatico dei modelli numerici. </p><p><strong style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: 0px; color: #0d1e51; font-family: Heebo; font-size: 22px;">Il valore dei dati</strong></p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;"><span style="letter-spacing: 0px;">In questo ambito, le attività di ricerca sono orientate alla sperimentazione di modelli (di natura FEM o probabilistica) aggiornati tramite i dati acquisiti dai sistemi SHM, in grado di rappresentare in tempo quasi reale lo stato della struttura e la sua evoluzione nel tempo. Le attività comprendono sia approcci basati su Bayesian Model Updating sia lo sviluppo di modelli surrogati che si appoggiano a <i>Variational Autoencoders</i> per la localizzazione e quantificazione del danno. Tali strumenti consentono di integrare la conoscenza fisica del comportamento strutturale con le potenzialità offerte dalle tecniche di machine learning, aprendo la strada a sistemi avanzati di manutenzione predittiva e supporto decisionale. </span></p><p style="background: 0px 0px #ffffff; letter-spacing: normal;"><span style="letter-spacing: 0px;">Le attività di ricerca si estendono inoltre alla <b>gestione dei Big Data provenienti dai sistemi di monitoraggio </b>e allo sviluppo di metodologie multilivello per l’analisi automatizzata delle informazioni. Le ricerche in corso hanno portato alla definizione di workflow strutturati per il pre-processamento, <b>la validazione</b>, l’analisi e l’archiviazione dei dati SHM, puntando nella direzione di strategie ibride che combinino approcci data-driven e model-based per il rilevamento precoce delle anomalie e la prognosi strutturale. </span></p><p>Nel complesso, tali attività testimoniano il progressivo orientamento di Sina e del Gruppo ASTM verso una <b>gestione del rischio infrastrutturale sempre più basata sui dati, sulla modellazione avanzata e sulla manutenzione predittiva</b>, nella prospettiva di rendere il sistema SHM un asset strategico permanente a supporto della sicurezza e della durabilità della rete infrastrutturale.</p>								</div>
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									<h2><strong><span style="color: #ffffff;">VISION Expert</span></strong></h2>								</div>
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									<p><span style="color: #ffffff;"><b>MICHELE MORI  | </b></span><i style="letter-spacing: 0px;"><span style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;">Ingegnere civile</span></i><span style="color: #ffffff;"><i>, </i></span><span style="color: #ffffff;"><i>Direttore Asset Monitoring &amp; Management, Asset Management Expert.</i></span><i style="color: #ffffff; letter-spacing: 0px;"> </i></p><p><b style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;">Company | </b><span style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;">SINA (ASTM Group)</span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #ffffff;"><b>EDOARDO TROIELLI |&nbsp;</b></span><i style="letter-spacing: 0px;"><span style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;">Ingegnere civile strutturista, Project Engineer,&nbsp;</span></i><i style="letter-spacing: 0px; background: 0px 0px #ec6820;"><span style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;">Asset Monitoring &amp; Management.</span></i></p>
<p><span style="letter-spacing: 0px;"><span style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;"><b>Company | </b>SINA (ASTM Group)</span></span></p>								</div>
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					<div class="fn_cs_button" data-align="center"><div class="fn__read_more"><a href="https://www.linkedin.com/in/edoardo-troielli-a364421b1/" ><span class="text">vai al profilo linkedin</span><span class="icon"><i class="fn__isvg fn__isvg-svg__arrow_3 "></i></span></a></div></div>				</div>
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									<p><span style="color: #ffffff;"><b>ANDREA PISCINI | </b></span><i style="letter-spacing: 0px;"><span style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;">Ingegnere edile, Dottore di ricerca in ingegneria civile e ambientale, Asset Monitoring &amp; Management.</span></i></p><p><span style="letter-spacing: 0px;"><span style="letter-spacing: 0px; color: #ffffff;"><b>Company | </b>SINA (ASTM Group)</span></span></p>								</div>
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		<title>Dati, risorse preziose per ogni PA</title>
		<link>https://visionjournal.it/dati-risorse-preziose-per-ogni-pa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[fabrizio.apostolo@gmail.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2025 09:52:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smart Vision]]></category>
		<category><![CDATA[Vision Expert]]></category>
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					<description><![CDATA[Infrastrutture e digitalizzazione: come tecnologie integrate, scalabili e adattive possono oggi supportare al meglio ogni ordine di Pubblica Amministrazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="24781" class="elementor elementor-24781" data-elementor-post-type="post">
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									<h2>Infrastrutture e digitalizzazione: come tecnologie integrate, scalabili e adattive possono oggi supportare al meglio ogni ordine di Pubblica Amministrazione</h2><div> </div><p><strong style="font-family: Lato; font-style: normal; font-size: 15.75px;"><span style="color: #0d1e51;"><span style="color: #ec6623;">di</span> VINCENZO VALENTE</span></strong><span style="color: #0d1e51;"> | Project Manager SPERI, Digital Innovation Manager SPERIBIMON</span></p><p><span style="font-size: 16px;"><span style="font-family: Lato; font-style: normal; font-weight: 400;"><span class="ap-dropcaps ap-square">L</span></span></span><span style="font-size: 16px;">a trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione non è più una possibilità, ma una necessità che possiamo definire sistemica. Nel settore delle infrastrutture civili e della pianificazione urbana, <strong>l’integrazione tra approcci metodologici strutturati (come il BIM) e tecnologie abilitanti (GIS, IoT, AI, digital twin)</strong>, su cui ritorneremo a breve, offre oggi opportunità concrete per una gestione evoluta del patrimonio pubblico costruito e in costruzione. Ma digitalizzare non significa soltanto introdurre strumenti informatici: significa <strong>ripensare i processi sulla base di nuovi paradigmi</strong>, nonché rendere il dato affidabile, strutturato e soprattutto utile alla decisione tecnica. </span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Norme e tecnologie per nuovi paradigmi</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Negli ultimi anni, il legislatore ha inciso notevolmente sulla digitalizzazione del settore pubblico tecnico. A partire dal <strong>Decreto Ministeriale 312/2021, che rende progressivamente obbligatorio l’utilizzo del BIM per gli appalti pubblici</strong>, fino alle prescrizioni del nuovo Codice dei Contratti Pubblici (D.lgs. 36/2023) che introduce l’ecosistema di approvvigionamento digitale, il quadro normativo si è fatto più strutturato. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">In parallelo, il <strong>Piano Triennale per l’Informatica nella PA 2024-2026 e le missioni del PNRR</strong> (in particolare la Componente M1C1) hanno incentivato l’adozione di piattaforme interoperabili, open data, sensoristica distribuita e sistemi di monitoraggio predittivo, con obiettivi ambiziosi: ridurre i rischi, aumentare la trasparenza e migliorare la qualità dei servizi pubblici.</span></p>								</div>
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									<h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Strumenti integrati e cicli di vita</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Il cuore della trasformazione è il passaggio dalla gestione per atti alla gestione per dati. Il Building Information Modeling, quando adottato in coerenza con i <strong>principi di interoperabilità IFC (ISO 16739)</strong> e coordinato con strumenti GIS e piattaforme di Asset Management, permette una tracciabilità completa delle decisioni progettuali, esecutive e manutentive. <strong>L’evoluzione più recente è rappresentata dal Digital Twin</strong>, ovvero la creazione di un gemello digitale dell’opera reale, aggiornato in tempo reale attraverso sensori IoT (strain gauge, accelerometri, inclinometri, LVDT, ecc.) e algoritmi di analisi. Il Digital Twin consente simulazioni predittive, scenari what-if, gestione preventiva del rischio e manutenzione basata su condizione (CBM &#8211; Condition-Based Maintenance).</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Tutti gli strumenti citati si rivelano cruciali per le amministrazioni titolari di infrastrutture critiche (quali sono ponti, viadotti, gallerie, edifici strategici e via dicendo), soprattutto alla luce delle nuove linee guida emanate dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e dall’ANSFISA, che raccomandano il <strong>monitoraggio continuo</strong> e la classificazione del rischio strutturale secondo il modello del Fascicolo dell’Opera Digitale.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Governance locali alla prova dei dati</span></h3><p style="font-family: Lato; font-style: normal;"><span style="font-size: 16px;">Il principale ostacolo alla piena adozione di questi strumenti è spesso la frammentazione dei processi e la carenza di competenze interne. Per questo motivo, <strong>è fondamentale accompagnare gli enti con servizi di affiancamento tecnico-specialistico</strong> che facilitino l’adozione di ambienti informativi coerenti, la redazione dei Capitolati Informativi (CI) e dei Piani di Gestione Informativa (PGI), <strong>l’integrazione tra piattaforme (es. PDM, SAP, GIS, CDE)</strong> e la formazione del personale tecnico. </span></p><p style="font-family: Lato; font-style: normal;"><span style="font-size: 16px;">In questo scenario assumono un ruolo chiave i <strong>DSS (Decision Support System)</strong>, ovvero piattaforme in grado di trasformare la complessità dei dati raccolti in strumenti concreti di supporto alle decisioni. Integrando BIM, GIS, sensori IoT e modelli di analisi, i DSS consentono di generare indicatori di performance (KPI), scenari previsionali e sistemi di allerta precoce. Questo permette alla PA non solo di avere una fotografia aggiornata del patrimonio infrastrutturale, ma anche di orientare scelte strategiche e operative in modo oggettivo e trasparente.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">In contesti di scala ridotta &#8211; come per esempio unioni di comuni, province, enti gestori di reti locali &#8211; è possibile adottare <strong>modelli digitali semplificati, basati su logiche federate e architetture cloud-native, con data governance condivisa</strong>. L’obiettivo è abilitare una Pubblica Amministrazione capace di <strong>prendere decisioni sulla base di dati reali, aggiornati, affidabili</strong>, attivando procedure manutentive o strategiche fondate sull’evidenza.</span></p>								</div>
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									<h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Modelli digitali a misura di ente</span></h3><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Uno degli aspetti centrali della digitalizzazione è la scalabilità</strong>. Le metodologie descritte &#8211; modellazione BIM, monitoraggio sensoristico, gestione dati, DSS &#8211; possono essere applicate sia a grandi reti infrastrutturali che a patrimoni più limitati. <strong>Anche un piccolo Comune può adottare un Digital Asset Register</strong> semplificato per gestire digitalmente scuole, cimiteri, o edifici pubblici. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">In questo contesto <strong>SPERIBIMON ha sperimentato questo approccio su progetti molto diversi tra loro</strong>: dal supporto a grandi stazioni appaltanti per il controllo di viadotti complessi, fino alla digitalizzazione spinta di parchi urbani, parcheggi intelligenti e reti verdi con sensori ambientali in logica smart city. In tutti i casi, il cuore del metodo è lo stesso: integrare informazione e decisione, strutturando i flussi informativi in modo coerente, tracciabile e interoperabile. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">In conclusione, possiamo attestare che la digitalizzazione della PA tecnica è una sfida complessa ma necessaria. Richiede visione strategica, <strong>strumenti adeguati, supporto specialistico</strong> e un quadro normativo di riferimento solido. Se ben governata, questa transizione può rappresentare un nuovo paradigma per la cura e la valorizzazione del patrimonio pubblico, capace di coniugare sostenibilità, sicurezza e trasparenza.</span></p>								</div>
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									<h3><span style="color: #595757;">SPERIBIMON, alleanza tecnologica per supportare le decisioni</span></h3><p><span style="font-size: 16px;"><a href="https://speribimon.eu/">SPERIBIMON</a> è l’ultima società nata all’interno del gruppo SPERI, una sister company con focus specifico su digitalizzazione, automazione e consulenza. Nata dall’integrazione tra le competenze ingegneristiche di <strong>SPERI</strong> e l’esperienza tecnologica di <strong>BIMON</strong>, si propone di guidare Pubbliche Amministrazioni e aziende nell’affrontare con efficacia le sfide della <strong>trasformazione digitale</strong>.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">La società sviluppa strumenti e metodologie innovative per la gestione dei dati, il monitoraggio intelligente e la semplificazione dei processi, con l’obiettivo di rendere la tecnologia un supporto concreto alle decisioni e non un mero fine. SPERIBIMON si rivolge a <strong>realtà di ogni dimensione &#8211; dalla grande stazione appaltante al piccolo ente locale</strong> &#8211; offrendo soluzioni scalabili, trasparenti e sostenibili.</span></p>								</div>
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									<h3><span style="color: #0d1e51;">L&#8217;autore</span></h3><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Vincenzo Valente </strong>è project manager <a href="https://www.sperispa.com/">SPERI</a> e Digital Innovation Manager <a href="https://speribimon.eu/">SPERIBIMON</a>. Ha un&#8217;esperienza internazionale maturata in Italia e all’estero in progetti complessi che spaziano da infrastrutture a grandi opere architettoniche. Si occupa della gestione di grandi commesse, con particolare attenzione alla digitalizzazione e all’innovazione dei processi nel settore delle costruzioni, al supporto alle Pubbliche Amministrazioni e alla rigenerazione urbana. Collabora a iniziative di ricerca e sviluppo dedicate all’integrazione tra ingegneria, tecnologie digitali e sostenibilità.</span></p><p><a href="https://www.linkedin.com/in/vincenzo-valente/"><span style="font-size: 16px;">Il profilo LinkedIn di </span>Vincenzo Valente</a></p>								</div>
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		<title>Come si comportano le infrastrutture</title>
		<link>https://visionjournal.it/come-si-comportano-le-infrastrutture/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[fabrizio.apostolo@gmail.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2025 10:32:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavori Pubblici]]></category>
		<category><![CDATA[Vision Expert]]></category>
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					<description><![CDATA[Approfondiamo, con la preziosa collaborazione di due specialisti della materia, il tema dello smorzamento proporzionale funzionale all'ottimizzazione strutturale.
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										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="23984" class="elementor elementor-23984" data-elementor-post-type="post">
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									<h2>Approfondiamo, con la preziosa collaborazione di due specialisti della materia, il tema dello smorzamento proporzionale funzionale all&#8217;ottimizzazione strutturale</h2><div><span style="font-family: Lato; font-size: 28px; font-weight: 3; letter-spacing: -0.02rem;"> </span></div><p><span style="color: #dede00; font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: bold;"><span style="color: #ec6444;"><span style="color: #ec6623;">di</span></span></span><span style="font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: 400;"><span style="color: #0d1e51;"><strong> FABRIZIO IEZZI</strong></span></span><b style="font-family: inherit; font-style: inherit; color: #0d1e51;"> | </b><span style="color: #0d1e51;">Regione Abruzzo, Servizio Genio Civile di Chieti</span></p><p><span style="color: #0d1e51;"><strong>ILENIA LEONI</strong> | Regione Lazio, Area Genio Civile Roma Città Metropolitana</span></p><p><span style="font-family: Lato; font-size: 16px; font-style: normal; font-weight: 400;"><span class="ap-dropcaps ap-square">I</span></span><span style="font-size: 16px;">l periodo attuale è segnato da una spinta verso lo sviluppo di grandi opere infrastrutturali, come ponti e viadotti, e dall’implementazione di tecniche avanzate per il loro monitoraggio dello stato di salute strutturale (Structural Health Monitoring, SHM). Tali metodologie fanno sempre più affidamento al concetto di “gemello digitale” (Digital Twin), che permette di creare una replica virtuale e dinamica delle infrastrutture fisiche.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">L’utilizzo di <strong>gemelli digitali</strong> consente non solo di monitorare continuamente lo stato di una struttura ma anche di anticipare problemi, ottimizzare interventi di manutenzione e simulare scenari di carico e risposta in maniera estremamente precisa.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Per garantire alte prestazioni delle infrastrutture – sia di nuove costruzioni che di opere esistenti – e <strong>mantenerle sostenibili in termini di costi</strong>, è indispensabile l’adozione di modelli computazionali sempre più accurati e aderenti alla realtà fisica. Tali modelli devono rappresentare con fedeltà le caratteristiche dimensionali, materiche e meccaniche del manufatto, permettendo un’ottimizzazione strutturale che massimizzi le prestazioni riducendo sprechi di risorse.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">La definizione di modelli accurati richiede innanzitutto l’inserimento nei codici di calcolo di dati facilmente stimabili, come quelli materiali (che determinano proprietà come la massa e la rigidezza) e dimensionali (che definiscono la geometria e la distribuzione dei carichi).</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Tuttavia, <strong>una sfida cruciale nella modellazione strutturale è rappresentata dall’inserimento di dati difficili da caratterizzare</strong> ma essenziali per simulare il comportamento dinamico delle infrastrutture, come le vibrazioni indotte da eventi sismici, dal vento o dal traffico, etc. Tali dati di difficile caratterizzazione sono fondamentali nelle problematiche di dinamica strutturale poiché riguardano proprio l&#8217;energia che viene dissipata dalle strutture durante il loro moto e riassunta notoriamente nel parametro cosiddetto <strong>smorzamento</strong> .</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Lo smorzamento, benché difficile da quantificare con precisione, ha un impatto significativo sul comportamento dinamico delle infrastrutture: sottostimare lo smorzamento può portare a sovrastimare le ampiezze delle vibrazioni, rendendo le soluzioni progettuali economicamente non sostenibili; sovrastimarlo, al contrario, potrebbe far trascurare fenomeni come la risonanza, con conseguenze disastrose in caso di eventi estremi.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">L’evoluzione delle tecnologie di modellazione e monitoraggio – insieme al crescente utilizzo del concetto di gemello digitale – rappresenta una svolta per l’ingegneria strutturale. Approcci più realistici nella modellazione consentono di migliorare la progettazione e la manutenzione delle infrastrutture, garantendo sicurezza, sostenibilità e alte prestazioni nel tempo.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Forze dissipative e tipi di smorzamento</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Lo smorzamento è un effetto multi-fattoriale che dipende dall&#8217;interazione di numerosi fenomeni fisici. Tra i principali tipi di smorzamento  troviamo quello <strong>viscoso, isteretico, attritivo (di Coulomb), aerodinamico o atmosferico</strong>. Ogni tipo di smorzamento ha una natura distinta e non sempre è possibile modellarne l&#8217;effetto in modo integrato all&#8217;interno di una singola equazione.</span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Le grandi infrastrutture, come ponti e viadotti, rappresentano casi paradigmatici dove il fenomeno dello smorzamento diventa cruciale.</strong> Tali opere sono caratterizzate da:</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• <strong>Geometrie articolate e materiali differenti</strong>, che introducono vari meccanismi di dissipazione;</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• <strong>Sollecitazioni complesse</strong>, come quelle indotte dal traffico, dal vento e dai terremoti, che agiscono simultaneamente con diverse intensità e frequenze;</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• <strong>Elevata energia dissipata</strong>, che rende indispensabile un&#8217;accurata modellazione dello smorzamento per valutare correttamente la risposta dinamica della struttura.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">I software di calcolo commerciale per l’analisi dinamica utilizzano comunemente il modello di <strong>smorzamento viscoso</strong>, in cui la forza dissipativa è proporzionale alla velocità del moto. Questo approccio presenta alcuni vantaggi perché è semplice da implementare, matematicamente e computazionalmente, e fornisce una rappresentazione ragionevole in molte applicazioni ingegneristiche, dove lo smorzamento viscoso può essere dominante, ma ha anche diversi limiti perché non consente una rappresentazione accurata di altri tipi di smorzamento, come quello <strong>isteretico o attritivo</strong>, spesso rilevanti nelle strutture reali, nonché non tiene conto della dipendenza non lineare dello smorzamento dall’ampiezza o dalla frequenza del moto. Inoltre, ignora la combinazione simultanea di più meccanismi dissipativi che possono influenzare la risposta dinamica.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">L&#8217;analisi strutturale più diffusa</span></h3><p style="font-family: Lato; font-style: normal;"><span style="font-size: 16px;">Nella pratica ingegneristica, le strutture sono spesso analizzate nel campo cosiddetto lineare, dove si assume una proporzionalità diretta tra le forze applicate e le reazioni della struttura.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">L&#8217;equazione del moto, che descrive la dinamica delle strutture nei comuni programmi di calcolo, si basa sui principi fondamentali della meccanica e combina tre componenti principali, ciascuno dei quali rappresenta un diverso aspetto della risposta dinamica di una struttura: un termine “<strong>inerziale</strong>” (proporzionale alla massa e all’accelerazione della struttura), un termine “<strong>dissipativo</strong>” (viscoso, proporzionale alla velocità della struttura tramite un fattore di combinazione) e un termine “<strong>elastico</strong>” (associato alla rigidezza e allo spostamento della struttura). </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Le strutture complesse – come ponti, viadotti o edifici – hanno molteplici gradi di libertà  e la loro dinamica può essere rappresentata da un sistema di equazioni differenziali accoppiate, ciascuna delle quali descrive un movimento associato a una massa distinta.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Questa schematizzazione consente di descrivere e analizzare il comportamento dinamico delle strutture in modo relativamente semplice e computazionalmente efficiente: ad ogni grado di libertà è associata una massa non nulla e, nel caso di analisi modale, una frequenza, una forma modale e uno smorzamento. .</span></p><p><span style="font-size: 16px;">L’importanza e (relativa) facilità della possibilità di schematizzare la dinamica delle strutture in tal senso, giustifica l’ampio utilizzo, specie nelle Norme Tecniche per le Costruzioni (NTC) – ad esempio nelle vigenti NTC 2018 di cui al DM 17/01/2018 e relativa Circolare 21.01.2019 n.7 CSLLPP) – dell’analisi modale di una struttura (sempre nel concetto di campo “lineare”), per fini di valutazioni e progettazione strutturale di opere civili.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">L&#8217;uso tradizionale dello smorzamento proporzionale</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">La determinazione dei parametri modali (frequenze, forme modali e smorzamenti) si basa su una tecnica numerica consolidata, che si fonda sull’analisi agli <strong>autovalori</strong> e <strong>autovettori</strong> del sistema dinamico. Questa metodologia, implementata nei software commerciali di calcolo strutturale, è uno strumento essenziale per l’analisi lineare delle strutture.</span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Un punto cruciale nell&#8217;analisi modale è la gestione dello smorzamento</strong>: viene assunto come proporzionale (Lord Rayleigh, 1877) alla massa e alla rigidezza per mezzo di due coefficienti (scalari) di proporzionalità, uno per la massa e uno per la rigidezza (si parla infatti di “smorzamento proporzionale” oppure “smorzamento classico”, detto anche “smorzamento alla Rayleigh”). </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Questo è un escamotage puramente matematico che permette di analizzare e stimare le <strong>caratteristiche “modali” (frequenza, forma e smorzamento modale) correlate ad una specifica direzione di movimento (con massa) della struttura</strong> indipendentemente dalle altre (infatti le varie equazioni del moto del sistema strutturale complessivo sono per l’appunto disaccoppiate l’una dell’altra). Questo è il caso della nota analisi modale lineare (standard di cui alle Norme Tecniche per le Costruzioni, tra cui le vigenti citate NTC 2018).</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Avanzati tipi di smorzamento proporzionale</span></h3><p style="font-family: Lato; font-style: normal;"><span style="font-size: 16px;">Nella pratica professionale, lo smorzamento è trattato come un dato di input impostato dall&#8217;utente (ad esempio, le NTC 2018 indicano il 5% per edifici in calcestruzzo armato o acciaio) con un valore costante, che cioè non varia con le condizioni specifiche di massa, rigidezza o distribuzione spaziale/temporale della struttura e che viene applicato uniformemente a tutti i modi di vibrazione del sistema.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Dal punto di vista numerico, il concetto di “smorzamento proporzionale” può essere modellato secondo tre approcci distinti:</span></p><p><span style="font-size: 16px;">1) <strong>Modello A</strong>: lo smorzamento è considerato costante, la massa e la rigidezza della struttura sono assunte fisse e i loro rispettivi valori dei coefficienti di proporzionalità rimangono invariati, per tutte le condizioni strutturali (questo l’approccio operativo delle NTC 2018);</span></p><p><span style="font-size: 16px;">2) <strong>Modello B</strong>: lo smorzamento è assunto fisso per una data condizione strutturale di massa e rigidezza e, parimenti, rispetto a tale condizione, sono assunti fissi sia i due relativi valori dei coefficienti di proporzionalità che la massa della struttura, mentre la rigidezza varia in funzione delle diverse condizioni strutturali (questo modello introduce una maggiore flessibilità rispetto al Modello A, poiché tiene conto delle variazioni di rigidezza che possono verificarsi, ad esempio, a causa di effetti di deformazione o cambiamenti temporanei della struttura);</span></p><p><span style="font-size: 16px;">3) <strong>Modello C</strong>: lo smorzamento è assunto fisso per una data condizione strutturale di massa e rigidezza ma sia la massa che la rigidezza della struttura, come anche i due rispettivi valori dei coefficienti di proporzionalità, variano con le varie condizioni strutturali (è il modello che fornisce la descrizione più realistica del problema strutturale).</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Conclusioni</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Le simulazioni numeriche pseudo-sperimentali, utilizzando la time history delle accelerazioni registra durante il <strong>famoso sisma di El Centro (Los Angeles, 1940)</strong> come dato di input, consentono di comparare il <strong>comportamento dinamico di strutture modellate secondo i tre modelli di smorzamento proporzionale: Modello A, Modello B e Modello C.</strong> I risultati, generalizzati, evidenziano una correlazione tra la scelta del modello di smorzamento, le sollecitazioni strutturali, gli spostamenti e la dissipazione di energia.</span></p>								</div>
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									<p style="font-style: normal;"><span style="font-size: 16px; color: #666666;">Applicando il Modello C, si registrano sollecitazioni e spostamenti più elevati rispetto all’applicazione degli altri due modelli, in quanto la struttura dissipa minore energia.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Mentre, utilizzando il Modello A, la dissipazione di energia è massima e conseguentemente le sollecitazioni e gli spostamenti sono i più bassi tra i tre modelli. </span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>I risultati delle simulazioni</strong> mostrano che le sollecitazioni e gli spostamenti strutturali aumentano progressivamente passando dall’applicazione del Modello A all’uso del Modello C, mentre al contrario la dissipazione di energia aumenta progressivamente passando dall’impiego del Modello C a quello del Modello A.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">È da rilevare inoltre che l’onerosità delle calcolazioni analitiche di dette simulazioni (in termini procedurali, quantitativi e di tempo di processamento dei dati) aumenta con il passaggio dall’uso del Modello C all’utilizzo del Modello A, per via della corrispondente maggior presenza di variabili in gioco, che necessariamente comporta l’impiego di procedure e tecniche numeriche più complesse per addivenire (convergere) alla soluzione del problema dinamico. Ciò giustifica l’applicazione del Modello A nella maggioranza dei software di calcolo strutturale in commercio.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Per quanto sopra, <strong>la scelta del modello di smorzamento proporzionale nelle problematiche di ingegneria strutturale dipende da un compromesso tra semplicità e accuratezza</strong>: l’uso del Modello B in sede di progettazione permetterebbe di raggiungere la cosiddetta “ottimizzazione” strutturale, cioè di avere strutture con alte performance in condizioni di esercizio e con costi contenuti.</span></p>								</div>
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									<h3><span style="color: #0d1e51;">Gli autori</span></h3><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Fabrizio Iezzi</strong>, ingegnere civile e ambientale, attualmente lavora presso il Genio Civile di Chieti, dove svolge attività specialistiche nell&#8217;ambito delle autorizzazioni sismiche e della gestione del demanio idrico. Con un dottorato in ingegneria strutturale e sismica e un’esperienza consolidata in amministrazioni pubbliche, tra cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri, si distingue per la sua competenza nella programmazione e realizzazione di interventi complessi. È impegnato in progetti di mitigazione del rischio idrogeologico e sicurezza infrastrutturale, con un approccio orientato all’efficacia e alla multidisciplinarità.</span></p>								</div>
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									<p><strong>Ilenia Leoni, </strong>ingegnere civile, attualmente opera presso il Genio Civile di Roma Città Metropolitana, dove si occupa di verifiche e autorizzazioni sismiche. Ha maturato significative esperienze presso il Comune di Roma, supportando la pianificazione e realizzazione di infrastrutture pubbliche, e presso il Ministero delle Infrastrutture, dove si è occupata di valutazioni tecniche su opere strategiche. Grazie a una solida formazione tecnica e a un approccio orientato alla collaborazione, partecipa alla gestione e realizzazione di progetti rilevanti per il territorio, con un&#8217;attenzione particolare alla sostenibilità e alla sicurezza.</p>								</div>
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		<title>Il valore del progetto sostenibile</title>
		<link>https://visionjournal.it/il-valore-del-progetto-sostenibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[fabrizio.apostolo@gmail.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jun 2025 13:36:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Progetto]]></category>
		<category><![CDATA[Vision Expert]]></category>
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					<description><![CDATA[Sostenibilità “a monte” e non più solo “a valle”. Sostegno profondo, duraturo e connettivo a contesti e territori. Logiche win-win e ponti di ottimizzazione tra gli attori dell’opera pubblica. Entriamo nelle pieghe del cambio di paradigma determinato dal green design. ]]></description>
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									<h2>Sostenibilità “a monte” e non più solo “a valle”. Sostegno profondo, duraturo e connettivo a contesti e territori. Logiche win-win e ponti di ottimizzazione tra gli attori dell’opera pubblica. Entriamo nelle pieghe del cambio di paradigma determinato dal green design</h2><p><span style="color: #dede00; font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: bold;"><span style="color: #ec6444;">di </span></span><span style="font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: 400;"><span style="color: #0d1e51;"><strong>MAURO DI PRETE | </strong></span></span><span style="font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: 400; color: #0d1e51;">Socio fondatore IRIDE &#8211; </span><span style="color: #0d1e51;">Istituto per la Ricerca e l’Ingegneria Dell’Ecosostenibilità</span></p><p><span style="font-family: Lato; font-size: 16px; font-style: normal; font-weight: 400;"><span class="ap-dropcaps ap-square">I</span></span><span style="font-size: 16px;">l percorso che ha portato a parlare delle performance di sostenibilità di una qualsivoglia opera ingegneristica si è sviluppato lungo diverse dimensioni, tra cui quella culturale, ambientale, amministrativa, logica, tecnica e cronologica. Queste componenti si intrecciano per rispondere alla crescente attenzione verso la sostenibilità e la responsabilizzazione in ambito progettuale e gestionale. La centralità acquisita dagli aspetti afferenti alla sostenibilità è un fenomeno relativamente recente, ma che si è evoluto con rapidità negli ultimi decenni. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">A partire dagli anni &#8217;90, con l&#8217;affermarsi dei concetti di responsabilità sociale d&#8217;impresa (RSI), fino ad arrivare agli anni 2000 con l&#8217;integrazione dei <strong>criteri ESG (Environmental, Social, Governance)</strong> nelle decisioni aziendali, il concetto di sostenibilità ha preso piede. Parallelamente, la pressione da parte di cittadini, consumatori, investitori e istituzioni ha reso la sostenibilità un fattore cruciale. L&#8217;introduzione della tematica nelle strategie di sviluppo di un progetto di un’opera di ingegneria, culminata con <strong>l’introduzione della relazione di sostenibilità nel PFTE da parte del recente Codice dei Contratti</strong>, è quindi il frutto di un processo evolutivo che si è concretizzato in pratica a partire dal 2000, ma che si è intensificato negli ultimi anni, con l&#8217;introduzione di normative e politiche comunitarie più stringenti e la crescente domanda di trasparenza.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">A livello culturale, la crescente consapevolezza globale riguardo alle problematiche ambientali, sociali ed economiche ha spinto le organizzazioni e le stazioni appaltanti, sia pubbliche che private, ad adottare un approccio sostenibile nella progettazione e gestione delle loro attività. I concetti di sviluppo sostenibile, così come definiti nell&#8217;<strong>Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU</strong>, pongono al centro l&#8217;integrazione di dimensioni ambientali, sociali ed economiche in tutte le politiche e le decisioni. Di conseguenza, la necessità di una relazione di sostenibilità di progetto risponde alla volontà di misurare e comunicare l&#8217;impatto complessivo del progetto, in modo trasparente e responsabile, verso società e stakeholder.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Indicatori e rendiconti</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Dal punto di vista logico, ciò che interessa è provvedere a rendicontare in modo strutturato e misurabile i risultati e gli obiettivi traguardati dal progetto in termini di sostenibilità. Occorre concretamente valutare, per esempio, l&#8217;efficacia di un progetto nel ridurre le emissioni di gas serra, nel migliorare le condizioni di lavoro e nel generare benefici economici per la comunità locale. Il progetto deve seguire una logica di trasparenza, fornendo dati e indicatori chiari che permettano di analizzare i progressi fatti rispetto agli obiettivi prefissati. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">La logica sottostante è quindi di coniugare l&#8217;efficacia del progetto con una rendicontazione accurata e condivisa. Per tali motivi, negli ultimi anni si è consolidata una normativa internazionale e nazionale che obbliga le imprese e le amministrazioni pubbliche a redigere documenti di sostenibilità. Le normative come la Direttiva 2014/24/UE sugli appalti pubblici, la Legge 221/2015 sull&#8217;economia circolare in Italia e le linee guida per la rendicontazione non finanziaria (per esempio il Decreto Legislativo 254/2016), hanno progressivamente spinto verso la <strong>valutazione delle performance non solo economiche, ma anche sociali e ambientali</strong>. Questo quadro normativo ha posto l&#8217;accento sull&#8217;importanza di integrare la sostenibilità nelle decisioni e nei progetti, creando così anche la necessità di accompagnare il PFTE con una relazione che descriva i risultati ottenuti in questi ambiti.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Sostenibilità a priori</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Nel PFTE sono ricomprese tutte le informazioni necessarie per definire le caratteristiche dell’opera: non solo tutte le indagini e le diagnosi volte a definire le caratteristiche ingegneristiche, di funzionalità e di sicurezza, ma anche la rappresentazione della sostenibilità, ovvero la sua efficienza nei confronti delle risorse e degli equilibri ecosistemici in termini di materiali, energia, di contributo ai target di decarbonizzazione, di qualità, etc. Pertanto, a prescindere dallo strumento, il progetto non solo deve dedicarsi all’esplicitazione delle canoniche caratteristiche descrittive, ma deve riportare anche tutti gli aspetti dell’opera (o per meglio dire dell’iniziativa) che sono caratterizzanti i <strong>principi di sostenibilità</strong>. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Per tale motivo le attenzioni alla sostenibilità non devono e non possono essere esplicitati (come molte volte ci capita di sentire) “a posteriori” come fossero una raccolta di buone pratiche generali o di possibili obiettivi che nelle varie fasi di sviluppo del progetto e dell’opera potrebbero essere assunte, quanto, piuttosto, essere proprie di un illustrazione quali-quantitativa delle caratteristiche reali assegnate all’opera o previste in concreto nelle diverse fasi di sviluppo (dalla realizzazione all’esercizio).</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Cambio di paradigma</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Al tempo stesso è bene definire e concretamente individuare cosa si può intendere per sostenibilità di un’opera. Il Codice (D.Lgs. 36/2023 ndr.) già delinea un percorso, ma la sua reale applicazione ha bisogno che gli “esperti della materia” si dedichino a fornire un contributo interpretativo e fattivo a questa definizione, ovvero strutturare un ragionamento, una logica “guida” per presentare i tematismi fondamentali che devono essere considerati o appositamente sviluppati per le singole opere. Il contributo che si vuole dare con questi appunti non è di indirizzo tecnico, ma di lettura strategica delle motivazioni che sono alla base per l’implementazione della documentazione del PFTE con i temi della sostenibilità. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Non è qualcosa da aggiungere. Non è una tematica in più da sviluppare. Non è un argomento a sé che viene esposto in un elaborato. <strong>Implementare nel progetto di un’opera il concetto di sostenibilità deve essere un’esigenza, una strategia, una modalità di concepire l’opera e, quindi, di svilupparne il progetto.</strong> Per poter perseguire questo importante obiettivo occorre mettere in atto un vero e proprio cambio di paradigma: progettare secondo i principi di sostenibilità.</span></p>								</div>
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									<h3><span style="color: #0d1e51; font-size: 22px; letter-spacing: -0.02rem;">Concept sostenibile</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Un esempio per esplicitare il concetto. Un’opera stradale non deve essere impostata solo per migliorare una rete di trasporto e per agevolare la mobilità di persone e cose, ma anche per contribuire alla decarbonizzazione, risolvere delle criticità territoriali, essere resiliente ai cambiamenti climatici prevedibili e, se possibile, dare un contributo al recupero di equilibri ambientali degradati. Una tale impostazione impone quindi che la stazione appaltante in primis &#8211; e con essa il progettista &#8211; definisca nel concept dell’iniziativa e già nelle fasi di programmazione i presupposti e le performance che intende attribuire all’opera e lo sviluppo di tutte le fasi progettuali siano permeate da queste scelte e il progetto sviluppi, nei diversi momenti e nelle parti essenziali, le strategie per darne conto. In tal modo <strong>tutto si svolge per sviluppare un progetto di un’opera sostenibile</strong>. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Il progetto dell’opera, e con esso la relazione di sostenibilità dell’opera, non deve aggiungere nulla, deve solo esplicitare ed essere un momento di sintesi di quanto fatto nelle diverse parti del progetto e delle scelte assunte. Si deve dare conto delle reali performance che l’opera potrà soddisfare nei diversi momenti della sua attività (essenzialmente nella costruzione e nell’esercizio), al pari di come la relazione generale ne racconta le caratteristiche più squisitamente tecniche. In un momento successivo, queste due relazioni potrebbero anche essere unificate in un&#8217;unica, visto l’obiettivo sopra indicato. </span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Il grande risultato che è stato ottenuto nell’inserire la RSO tra gli elaborati del PFTE è quello di stimolare e rendere necessario un approfondimento e una diversa modalità di sviluppo dell’intero progetto ponendo alla base dello stesso anche gli obiettivi e le strategie di perseguimento della sostenibilità</strong>. Tutti i principi tecnici che connotano la sostenibilità di un’opera, come più appresso indicati, devono trovare riscontro nella RSO con dati, informazioni ed elementi tecnici definiti e cogenti. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">In questa logica devono essere implementati nel progetto anche i dovuti costi che gli elementi riconducibili ai principi di sostenibilità posso implicare, al fine di rendere consistente e completa la realizzazione dell’opera e la sua gestione/manutenzione. In questa logica i principi di cui in oggetto devo alimentare e contribuire anche all’esecuzione dell’analisi costi-benefici al fine di dare conto anche delle scelte più ampie eseguite per sostenere le strategie di sostenibilità.</span></p><h3><span style="font-style: normal; font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">St</span><span style="color: #0d1e51;">rumenti che danno conto </span><span style="font-family: Lato; font-size: 22px; font-weight: bold; letter-spacing: -0.02rem; color: #0d1e51;">della sostenibilità nel progetto</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">L’introduzione dei principi della sostenibilità nel sistema di gestione delle iniziative legate alle esigenze della società, che da queste portano fino alla definizione di un’opera che ne dia conto e le riscontra, è un cambio di paradigma, come più volte si è detto, e questo va considerato e deve essere assunto a tutti i livelli che vedono l’esigenza diventare un elemento tecnico operativo e funzionale. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Ci si riferisce in particolare al momento della <strong>Pianificazione</strong>, dove l’analisi è certamente incentrata su scelte generali e strategiche, ma per le quali tutti gli aspetti della sostenibilità vanno assunti alla base dell’elaborazione. A riprova di ciò si evidenzia che, per esempio, nelle considerazioni più squisitamente ambientali il processo di svolge a livello di Valutazione Ambientale Strategica (VAS) dove l’analisi e la valutazione deve essere proprio basata sui principi generali di sostenibilità e non certo sui temi operativi di verifiche puntuali.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Il processo di definizione di un’opera passa poi attraverso la <strong>definizione di un Programma dove i temi di analisi sono il Quadro esistenziale e il DOCFAP (documento di fattibilità delle alternative progettuali)</strong>, dove gli aspetti di sostenibilità certamente possono supportare le scelte. Una soluzione che produce un’impronta carbonica minore è certamente da preferirsi alle altre. Il processo si completa con la fase del Progetto dove i riferimenti sono senza dubbio il Documento di indirizzi della progettazione (DIP) e il progetto vero e proprio a livello di PFTE. Qui la sostenibilità deve essere riscontrata in concreto mediante scelte operative e definizioni tecniche, anche di dettaglio, che diano conto delle indicazioni dei precedenti momenti di ideazione e sviluppo dell’opera.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Infatti, la sostenibilità deve essere considerata un elemento complesso e deve essere analizzata e valutata attentamente almeno su tre piani:</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• Quello <strong>economico</strong>, dove vi sono i principi dell’analisi finanziaria e con essa quelli del DNSH a fare da riferimento cogente e che si sviluppano poi in termini operativi nell’Analisi costi benefici;</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• Quello <strong>tecnico</strong>, dove lo strumento di riferimento è proprio la Relazione di sostenibilità dell’Opera di cui ci si occupa in questi appunti e che deve essere esaminata e valutata unitamente agli altri aspetti del progetto all’interno delle competenze del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici che ne emana un parere vincolante;</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• Quello <strong>ambientale</strong>, che, come noto, si sviluppa con la procedura di VIA che, ai sensi già del D.lgs. 152/06 deve ispirarsi e riferirsi ai principi di sostenibilità ambientale.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">La sostenibilità, quindi, è un preciso elemento di analisi e valutazione dei principali strumenti di definizione di un’opera e pertanto deve essere assunta a punto cardine di un processo di definizione di detta opera.</span></p><h3><span style="color: #0d1e51;">Principi tecnici nel progetto </span><span style="font-family: Lato; font-size: 22px; font-weight: bold; letter-spacing: -0.02rem; color: #0d1e51;">per la sostenibilità dell’opera</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Il progetto di un’opera sostenibile non è un progetto qualsiasi adattato con l’inserimento di alcune attenzioni ad elementi che si ritengono essere coerenti con la sostenibilità. Un progetto di un’opera sostenibile è pensato dall’inizio per sviluppare, realizzare e gestire un’opera sostenibile. Occorre progettare in modo diverso ovvero introdurre già nel “pensare” il progetto i principi di sostenibilità ed ispirare la definizione dell’opera a detti principi. Passo centrale è definire gli obiettivi di progetto e in questi introdurre obiettivi di sostenibilità.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">I principali punti di attenzione per dar conto di quanto detto possono essere racchiusi in 4 passaggi come evidenziati nella figura sottostante a destra.</span></p>								</div>
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									<p style="font-style: normal;"><span style="font-size: 16px;">Qualora il progetto sia basato, sviluppato e strutturato in modo da dare conto di questi aspetti, vi è una buona probabilità che il progetto rispecchi i principi di sostenibilità. Per far ciò si ritiene opportuno chiarirci cosa si possa o debba intendere e a tal fine la proposta elaborata nell’ambito dell’attività di “ragionamento” sviluppate dall’Istituto IRIDE ha provato a declinare come muoversi per dare un contributo al principio della sostenibilità da riscontrare in un progetto di un’opera pubblica.</span></p><p><span style="font-size: 16px;"> </span><span style="font-size: 16px;">Sono molteplici le fattispecie da cui partire. Per semplicità e chiarezza se ne rammentano due delle più frequenti:</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• <strong>ESG (Environmental, Social and Governance)</strong> esprime una valorizzazione dell&#8217;impatto aziendale in forma di rating. Spesso conosciuto come rating di sostenibilità, si tratta di un voto che rappresenta l&#8217;impatto ambientale, sociale e di governance di una impresa o di una organizzazione che opera sul mercato.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• <strong>EPD (Environmental Product Declaration)</strong> è una dichiarazione ambientale di un prodotto: una certificazione volontaria che mette in evidenza le prestazioni ambientali di prodotto/processo/servizio per migliorarne la sostenibilità.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Tutte queste frequenti identificazioni di “sostenibilità” non sono propriamente ciò che si intende connesso a un PFTE di un’opera pubblica, nel declinare la sostenibilità di un’opera. Quest’ultima deve basarsi su altre attenzioni e deve dare riscontro ad altri principi di natura tecnica direttamente legati e rappresentati da parametri e da elementi tecnici propri di un progetto atto a definire un’opera che ha le sue peculiarità, che non sono quelle di un’azienda o di un prodotto, per rimanere negli esempi detti.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Prima di tornare su tali concetti, si precisa che su molti settori di interventi e di opere pubbliche sono state emanate nel tempo delle regole e/o norme che sono andate sotto il termine di criteri ambientali minimi, i cosiddetti CAM. L’applicazione dei CAM non rende un’opera per definizione sostenibile. Questo per due ordini di motivi. Il primo è per il fatto che i CAM consentono l’uso dei criteri per distinguere e discernere certi elementi da altri, ma pur sempre nella modalità fin oggi adottata di sviluppare un progetto, ma non incidono in quelli che poco sopra sono stati definiti “principi”, che invece fanno riferimento a concetti, enunciati di base della logica del progettare. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Inoltre, l’altra differenza di fondo è che i CAM sono stati individuai come elementi minimi per dar conto dei requisiti ambientali, mentre quanto si vuol perseguire va ben oltre a quello che nell’ordinaria progettazione è da considerarsi minimo. Certamente, i criteri minimi devono essere riscontrati in un progetto sostenibile, ma non è vero il contrario.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Un altro elemento di attenzione deve essere posto in questa sede: il rapporto con i cosiddetti <strong>protocolli di sostenibilità</strong>. Questi sono strumenti affermati a livello internazionale per la valutazione della qualità ambientale, ecologica e sociale nel settore delle costruzioni. La maggior parte si basa sui sistemi “rating”, ovvero un insieme di “crediti” con un corrispondente punteggio al fine di raggiungere un giudizio caratterizzante l’intervento che viene esaminato. In altre parole, l’applicazione dei protocolli consente di verificare se il processo progettuale intrapreso ha dato i risultati auspicati, ma certamente non è vero il contrario, se non nel considerare i parametri dei protocolli quali utili riferimenti per individuare i più pertinenti obiettivi di sostenibilità da porre alla base del progetto. </span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51;">Individuazione degli obiettivi di sostenibilità che connotano un&#8217;</span><span style="font-family: Lato; font-size: 22px; font-weight: bold; letter-spacing: -0.02rem; color: #0d1e51;">opera</span><span style="font-size: 16px; color: #666666;"> </span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Si tratta del punto centrale dell’opera sostenibile. Ideare, concepire, pensare, sviluppare o più in sintesi “progettare” un’opera pubblica ha fino ad oggi anteposto a tutto l’idea di fornire una risposta a un’esigenza tecnico-funzionale di cui la società ha bisogno. Così, se il livello di servizio di una strada peggiora tanto da rendere il collegamento non sicuro o troppo difficoltoso si è pensata una nuova strada; se un porto non è più in grado di assicurare un ormeggio funzionale e protetto alle navi, che magari sono diventate sempre più importanti e performanti, si è modificato o potenziato il porto, se una comunità ha necessità di maggiori posti letto per l’assistenza sanitaria si è progettato un ospedale, etc., ma tutto ciò oggi non è più sufficiente. Con ciò non si vuol dire che i parametri tecnico-funzionali non siano essenziali nella decisione di sviluppare un’iniziativa infrastrutturale (anzi), ma non sono più sufficienti e forse, qualche volta, proprio quell’iniziativa può/deve essere mossa da altre esigenze. </span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, protezione e valorizzazione della biodiversità, tutela della salute e del benessere sociale</strong>, solo per citarne alcune, <strong>sono entrate nello scenario dei necessari input progettuali</strong> a seguito dell’attenzione che si pone al tema della sostenibilità e della lezione impartita dall’esperienza del PNRR, ovvero della Next Generation EU. Fare un nuovo collegamento stradale non solo deve consentire di ridurre i tempi di percorrenza, ma deve innanzitutto contribuire alla riduzione del carico di CO2 emessa nel complesso della rete, ovvero tutelare la salute e deve modificare le caratteristiche della rete di cui sopra per poter rendere il sistema viario più resiliente ai nuovi standard e alle nuove condizioni climatiche, rendendo l’intero territorio più sicuro e funzionale.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">In altre parole, occorre che ogni iniziativa “sostenibile” assuma e persegua realmente e con elementi cogenti presenti al suo interno uno o più obiettivi tesi a ciò. Per far questo, <strong>occorre declinare gli obiettivi di sostenibilità che un’opera pubblica deve prendere in considerazione</strong> e che il progetto deve dimostrare di avere perseguito e che dovranno appositamente essere oggetto di un idoneo sistema di rendicontazione.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Senza entrare in questa sede nel dettaglio degli obiettivi, ciò che interessa evidenziare sta nel fatto che gli stessi possono essere aggregati per 3 categorie che si identificano in:</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• <strong>Obiettivi tipo 1: Obiettivi di sostenibilità tecnici e con finalità ambientali;</strong></span></p><p><strong><span style="font-size: 16px;">• Obiettivi tipo 2: Obiettivi ambientali e sociali;</span></strong></p><p><strong><span style="font-size: 16px;">• Obiettivi tipo 3: Obiettivi di contesto.</span></strong></p><p><span style="font-size: 16px;">Ovviamente tutti hanno pari importanza, ma nello sviluppo del progetto si ritiene necessario che alcuni siano connotanti il progetto stesso e quindi siano esplicitamente assunti come obiettivi che il progetto contribuisce a sviluppare direttamente. Il progetto deve chiaramente indicare quale di detti obiettivi si pone come centrale nello sviluppo dell’intervento. Almeno ad uno di questi &#8211; ma ovviamente anche più di uno &#8211; deve essere dato un riscontro positivo e non solo essere posto nella verifica al fine di accertarne il non peggioramento.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">È la logica definita dalla finanza sostenibile quando ha introdotto il principio del <strong>DNSH (Do Not Significant Harm)</strong>, la cui logica si intende opportuno ripetere, o per meglio dire, approfondire e sviluppare nel PFTE avendo implementato gli obiettivi con un maggiore dettaglio proprio di questo livello di approfondimento, in cui si ha una conoscenza maggiore dell’iniziativa che poterà alla realizzazione dell’opera pubblica.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Inoltre, visto il significato progettuale che si vuole assegnare a questa analisi, l’ordine della tipologia degli obiettivi sopraindicati non è casuale, ma si auspica che la scelta dell’obiettivo principale segua l’ordine indicato dal punto 1 al 3 considerando anche che gli obiettivi di tipo 2 e di tipo 3 siano analizzati e approfonditi in altri momenti progettuali e di sviluppo approvativo degli stessi. Si pensa alle analisi di compatibilità ambientale e all’eventuale coinvolgimento che si possono assumere in procedimenti di dibattito pubblico.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-family: Lato; font-size: 22px; font-weight: bold; letter-spacing: -0.02rem; color: #0d1e51;">La resilienza dell’opera</span><span style="font-size: 16px; color: #666666;"> </span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Il termine resilienza ha un significato ben definito in ingegneria, riferendosi al lavoro necessario per rompere un materiale. Tuttavia, nell’ambito della sostenibilità e della progettazione di opere pubbliche il concetto può essere esteso oltre il singolo elemento o materiale, assumendo una valenza più ampia propria di “opera”. In questo senso, la resilienza può essere intesa come “<i>la capacità di un sistema di far fronte a stress e avversità, riorganizzandosi in modo positivo dopo un evento critico</i>”.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Applicata alle opere di ingegneria, questa definizione implica la capacità di un’infrastruttura di resistere agli eventi avversi, adattarsi ai cambiamenti e mantenere nel tempo la propria funzionalità, minimizzando impatti negativi e costi di ripristino. Ogni elemento costituente l’opera deve quindi essere progettato tenendo conto di questi principi, garantendo <strong>durabilità, flessibilità e funzionalità</strong>. Il progetto e la modalità di progettare devono quindi evolversi verso questa direzione, altrimenti non si potranno ottenere i risultati auspicati.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Per far ciò deve essere perseguito un dimensionamento strategico idoneo a rispettare le condizioni presenti e future del contesto in cui si opera anche mediante la scelta dei materiali e delle tecnologie costruttive per adeguare la capacità di assorbire e dissipare energia se necessario, così come adattarsi ai cambiamenti climatici introducendo una manutenzione predittiva e un monitoraggio intelligente, etc.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">È necessario anche che il progetto si basi sull’analisi dei rischi climatici e, in generale, su dati evoluti mediante una progettazione più attenta e con l’applicazione di strumenti evoluti (per esempio: simulazioni avanzate, uso di modelli climatici o scelte basate sulla natura) e con l’applicazione di strategie di manutenzione predittiva e monitoraggio intelligente, ottimizzazione del rapporto costi-benefici con una chiave di visione più evoluta, etc.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51;">La circolarità dei materiali</span><span style="font-size: 16px; color: #666666;"> </span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Questo è un punto cardine per la sostenibilità delle opere dove occorre uno sforzo maggiore rispetto a quello che oggi viene eseguito in termini di bilancio dei materiali, dove per lo più le scelte sono dettate da motivi economici di efficienza delle soluzioni per l’economia dell’operazione. In questa prospettiva il punto cardine è l’utilizzo dei materiali da costruzione dove le scelte del progetto devono tendere a identificare quei processi che favoriscono <strong>il paradigma delle R</strong>, per lo meno riferendosi a “<strong>riduci, riutilizza, ricicla, recupera</strong>” con due finalità su tutte: quella della massima riduzione dell’uso di risorse naturali in input del processo e al contempo &#8211; in output &#8211; quella della minimizzazione dei rifiuti generati.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Inoltre, l’importante innovazione che si introduce con la norma recente è quella che l’analisi deve essere riferita all’intero periodo di utilizzo dell’opera. Quindi non solo la costruzione, ma anche la gestione e la manutenzione. A volte in queste fasi le quantità sono tutt’altro che trascurabili e quindi l’attenzione deve essere estesa anche oltre alla fase di costruzione.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">In più, non si ritiene che per un’opera pubblica sia molto importante il momento della dismissione, perché difficilmente queste opere subiscono un tale processo, ma siccome è da prevedersi la necessità di manutenzione e anche di eventuali ripristini, ammodernamenti o potenziamenti, nonché azioni di manutenzione straordinaria anche se del caso importanti, uno dei momenti di attenzione nella circolarità dei materiali deve essere anche la scelta delle azioni di disassemblabilità, al fine di ridurre le azioni necessarie in tali evenienze e non rischiare di produrre rifiuti per inopportune scelte di base in fase di ideazione e progettazione dell’opera.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51;">Il controllo dell&#8217;emissione di carbonio</span><span style="font-size: 16px; color: #666666;"> </span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Uno dei principali effetti che si vuole considerare, per ridurlo-mitigarlo, come conseguenza dell’attività antropica è quello dell’effetto serra e, conseguentemente, dei cambiamenti climatici. Non è questa la sede per determinare le motivazioni e l’entità di tale fenomeno, ma certamente è acclarato che un progetto sostenibile deve impegnarsi a far sì che vi sia una mitigazione di tali cambiamenti.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Ne consegue che la progettazione di un’opera deve essere attenta a questo fenomeno e in particolare deve eseguire un controllo e, possibilmente, un’ottimizzazione e gestione dell’emissione del carbonio sia durante la fase di costruzione sia di gestione dell’opera.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Questa analisi va sotto il nome di <strong>carbon footprint</strong> (impronta di carbonio) che è una misura che esprime il totale delle emissioni di gas ad effetto serra, espresse generalmente in tonnellate di CO2 equivalente, associate direttamente o indirettamente a un prodotto, servizio oppure Organizzazione. Nel caso specifico, partendo da quanto noto a questi livelli e specificamente normato mediante norme e prassi (settore UNI, ISO), occorre porre l’attenzione su come utilizzare questi strumenti al caso di un’opera pubblica.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Anche per questo aspetto occorre stare attenti e chiarire eventuali equivoci che si possono manifestare se non si pone la necessaria attenzione per le considerazioni e le analisi da svolgere, l’essenza stessa della centralità del progetto dell’opera.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Ciò che preme sottolineare è che tutta l’analisi dell’impronta carbonica dell’opera non deve essere sviluppata in quanto fine a sé stessa, ovvero lo scopo non deve essere quello di conoscere che l’opera ha un’impronta di x ton di CO2, quanto piuttosto che sono state eseguite una serie di scelte al fine di rendere minimo tale valore, evidenziandole opportunamente.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Nel proseguo dello sviluppo della materia si auspica anche che sarà possibile definire un target di riferimento per ogni tipologia di opera e quindi poter fare dei controlli sulla qualità del progetto come, per esempio, accade nel mondo dell’energia. Dare questo input al momento potrebbe essere un po&#8217; velleitario, ma certamente si deve procedere anche accumulando esperienza significativa nello sviluppo dei progetti sostenibili.</span></p>								</div>
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									<h3><span style="color: #0d1e51;">L&#8217;autore</span></h3><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Mauro Di Prete</strong>, ingegnere, Direttore dell’Istituto IRIDE, da circa 40 anni si occupa di questioni ambientali nell’ambito di progetti di opere pubbliche supportando progettisti e proponenti e collaborando con le autorità. È membro esperto del CSLLPP, II Sezione, e del Comitato Speciale PNRR. Per oltre 8 anni è stato anche membro della Commissione Tecnica VIA-VAS presso il Ministero dell’Ambiente e ha svolto docenze sui temi ambientali a Genova e Roma.</span></p><p><a href="https://www.linkedin.com/in/mauro-di-prete-681ba81b7/"><span style="font-size: 16px;">Il profilo LinkedIn di Mauro Di Prete</span></a></p>								</div>
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		<title>Materiali, R&#038;D alla base dei progetti</title>
		<link>https://visionjournal.it/materiali-rd-alla-base-dei-progetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[fabrizio.apostolo@gmail.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2024 14:46:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Progetto]]></category>
		<category><![CDATA[Vision Expert]]></category>
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					<description><![CDATA[Retrofitting di travi in CAP con lamine in CFRP: un approccio a supporto del bridge design proposto da Masera Engineering Group.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="22097" class="elementor elementor-22097" data-elementor-post-type="post">
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									<h2>Retrofitting di travi in CAP con lamine in CFRP: un approccio a supporto del bridge design proposto da Masera Engineering Group</h2><p><span style="color: #dede00; font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: bold;"><span style="color: #ec6444;"><span style="color: #ec6623;">di</span></span></span><span style="font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: 400;"><span style="color: #0d1e51;"><strong> GIANFRANCESCO <span style="color: #0d1e51;">GALLINA</span> <span style="color: #0d1e51;">&#8211; </span></strong></span></span><span style="color: #0d1e51;"><strong>MARCO GIVONETTI</strong><b style="font-family: inherit; font-style: inherit;"> &#8211; </b><strong>MATTIA MAIRONE &#8211; DAVIDE MASERA</strong></span><b style="font-family: inherit; font-style: inherit; color: #0d1e51;"> | </b><span style="color: #0d1e51;">Masera Engineering Group</span></p><p><span style="font-family: Lato; font-size: 16px; font-style: normal; font-weight: 400;"><span class="ap-dropcaps ap-square">N</span></span><span style="font-size: 16px;">egli interventi di retrofitting volti all’adeguamento della resistenza degli elementi strutturali, è sempre più comune ricorrere all’utilizzo di compositi fibrorinforzi costituiti da fibre di vetro, carbonio o fibre in aramide.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Gli interventi di rinforzo strutturale di ponti con <strong>lamine in CFRP (Carbon Fiber Reinforced Polymer)</strong> rappresentano una soluzione innovativa ed efficace per migliorare la resistenza e la durabilità di infrastrutture esistenti. I CFRP sono materiali compositi costituiti da fibre di carbonio immerse in una matrice polimerica (tipicamente resine epossidiche), caratterizzati da un&#8217;<strong>elevata resistenza meccanica, leggerezza e resistenza alla corrosione</strong>. </span><span style="font-size: 16px;">Questi materiali vengono utilizzati sotto forma di tessuti, lamine o barre per rinforzare elementi strutturali di varia natura, aumentando la capacità di carico e in particolare la resistenza a flessione e a taglio. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Tra i principali vantaggi dell’uso dei CFRP si annoverano la <strong>facilità di applicazione</strong>, che consente interventi rapidi e non invasivi, e le <strong>eccezionali proprietà meccaniche</strong>, che permettono di migliorare le prestazioni strutturali senza aggiungere peso significativo alla struttura esistente. Tuttavia, i principali limiti di questa tecnologia includono i costi relativamente elevati dei materiali e la necessità di manodopera altamente qualificata per l&#8217;installazione. Generalmente, il posizionamento strategico degli FRP nel retrofitting di un generico elemento strutturale consiste nell’avvolgere (parzialmente e non) la sagoma dell’elemento strutturale esistente, e questo tuttavia comporta un’elevata esposizione del rinforzo agli agenti aggressivi quali: raggi UV, variazione ciclica della temperatura, umidità e in casi eccezionali urti. La posizione di tali rinforzi risulta quindi una caratteristica che rende questo sistema vulnerabile e imprescindibile di una <strong>buona progettazione</strong> e manutenzione nel lungo periodo, come mostrato in fig. 1.</span></p>								</div>
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									<h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Affermazione dei CFRP</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Nonostante questi aspetti, i CFRP si stanno affermando come una soluzione preferenziale per il rinforzo strutturale di ponti, soprattutto in contesti dove rapidità e durata degli interventi sono priorità fondamentali. In particolare, negli interventi realizzati su <strong>ponti e viadotti</strong>, i rinforzi in CFRP sono utilizzati sotto forma di lamine, le quali vengono applicate su elementi strutturali che manifestano carenze lato flessione e taglio. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Per elementi quali travi e traversi, per migliorare la risposta strutturale a flessione, le lamine vengono disposte in senso longitudinale a intradosso dell’elemento. Invece, per quanto riguarda il taglio, le lamine vengono disposte in modo da avvolgere l’anima della trave, talvolta optando per interventi più invasivi i quali permettono di cerchiare l’elemento tra intradosso ed estradosso. In fig. 3 e fig. 4 viene mostrata l<strong>’applicazione a un caso studio delle lamine in FRP per retroffitting a taglio e a flessione</strong>.</span></p>								</div>
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									<p>Più volte, a seguito delle nuove prescrizioni normative, è stato necessario adeguare la capacità portante, ad esempio, con l’applicazione di fasce in CFRP, posizionate strategicamente per ottimizzare il contributo alla resistenza a flessione. Una configurazione possibile di una generica trave da ponte, rinforzata con armatura ordinaria, armatura da precompressione e CFRP, nella direzione longitudinale è mostrata in fig. 4.</p>								</div>
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									<p>Di seguito, si elencano le caratteristiche meccaniche dei due materiali di rinforzo in Tab. 1 mentre in fig. 5 il confronto dei legami costitutivi elastico perfettamente plastico per l’acciaio ed elastico perfettamente fragile degli FRP.</p>								</div>
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									<h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Approccio energetico per l&#8217;omogenizzazione del CFRP</span></h3><p><span style="font-size: 16px; letter-spacing: -0.28px;">La procedura utilizzata si basa sul bilanciamento energetico tra l’energia di dissipazione dell’acciaio ordinario e l’energia di dissipazione del rinforzo in CFRP. L’energia di dissipazione è l’area sottesa al legame costitutivo σ-ε (Tensione-Deformazione). Per l’acciaio, l’energia di dissipazione è stata determinata, nell’equazione (1), considerando le deformazioni e le tensioni sviluppate, in accordo con il legame costitutivo del materiale. Tale energia rappresenta la capacità del rinforzo di assorbire deformazioni plastiche e contribuire al momento resistente:</span></p>								</div>
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									<p>Analogamente, è stata calcolata l’energia di dissipazione dei rinforzi in CFRP, tenendo conto del comportamento meccanico specifico di questo materiale che risulta essere elasto-fragile. L’energia di deformazione del rinforzo in CFRP è indicata nell’equazione (2):</p>								</div>
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									<p>Essendo il CFRP caratterizzato da un comportamento fragile e una bassa capacità di deformazione plastica, il valore di energia di dissipazione dell’acciaio, nella condizione di deformazione ultima dei due materiali, risulta essere naturalmente maggiore. La proporzione tra le due energie di dissipazione, espressa come rapporto tra le aree sottese ai legami costituitivi, è di circa 1/3 a vantaggio dell’acciaio. Si riporta l’energia di dissipazione dei due materiali evidenziata in fig 5</p>								</div>
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									<h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Coefficiente di omogenizzazione</span></h3><p><span style="font-size: 1.125rem; font-weight: 400;"> </span><span style="font-size: 16px; letter-spacing: -0.28px;">Il rapporto tra l’energia di dissipazione dell’acciaio e quella del CFRP è stato impiegato come coefficiente di omogenizzazione tra i due materiali definito così nell’equazione (3).</span></p>								</div>
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									<p>Tale coefficiente entra in gioco con il fine di cogliere in maniera coerente il contributo di capacità resistente dei diversi materiali concomitantemente in gioco. Il coefficiente di omogenizzazione consente di scalare l’area delle armature in acciaio in modo da renderla equivalente, in termini energetici dissipativi, alle caratteristiche dei rinforzi in CFRP. Questo approccio garantisce una rappresentazione coerente delle capacità dei diversi materiali all’interno della struttura. </p><p>Per strutture quali travi di ponti precompresse, la concomitanza di 3 materiali con caratteristiche diverse è comune e usuale. Si rende quindi necessaria la possibilità di validazione mediante software commerciali che non considerano più di due materiali, i quali solitamente risultano essere acciaio dolce e armonico. Viene inoltre presa in considerazione la limitazione legata ai diversi legami costitutivi integrabili, non limitandosi ai canonici proposti.</p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Osservazioni conclusive</span></h3><p>La procedura presentata offre un metodo rigoroso, robusto e versatile per la valutazione dell’effettivo contributo a flessione fornito dai rinforzi in CFRP in una trave da ponte in calcestruzzo armato precompresso. La rigorosità è garantita da una procedura standarizzata che mira a limitare gli errori grossolani tipici di procedimenti complessi quali gli approcci energetici.</p><p>La possibilità di validazione tramite molteplici software convenzionali garantisce una robustezza intrinseca dell’approccio proposto. Il superamento delle limitazioni dei software convenzionale di introdurre solo 2 materiali con caratteristiche e legami costitutivi differenti garantisce di affidarsi alla robustezza degli stessi anche per le nuove procedure.</p><p>Infine, la procedura energetica sulla quale si basa, garantisce la versatilità e la possibilità di utilizzo delle diverse fibre esistenti nella famiglia degli FRP. Software sviluppati dalle case produttrice dei rinforzi limitano le caratteristiche meccaniche dei materiali utilizzabili a quelle prodotte, un approccio energetico generalista supera tale limitazione estendendo l’uso non solo al più ampio range di proprietà meccaniche ma soprattutto alla diversa natura delle fibre. Tali caratteristiche, dunque, favoriscono un <strong>incremento della confidenza nei metodi di analisi</strong> e nella validità delle decisioni progettuali adottate.</p><p>Infine, grazie all’utilizzo del bilanciamento energetico, è possibile correlare in maniera diretta il comportamento di materiali con proprietà meccaniche e deformative molto differenti, fornendo uno strumento pratico per la progettazione, la verifica e l’adeguamento di strutture esistenti. L’approccio proposto, non solo migliora l’accuratezza dei risultati ottenuti con metodi tradizionali, ma semplifica anche l’integrazione tra diversi ambienti di calcolo, <strong>rendendo più agevole l’adozione di materiali innovativi come gli FRP</strong> nella pratica progettuale e nella gestione del patrimonio infrastrutturale esistente. </p>								</div>
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									<h3><span style="color: #0d1e51;">Gli autori</span></h3><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Gianfrancesco Gallina</strong> ha conseguito la Laurea Magistrale in ingegneria civile con specializzazione in strutture nel 2023 al Politecnico di Torino. La sua Tesi Magistrale sperimentale, svolta presso l’University of Miami (Miami, Florida), ha riguardato una sperimentazione innovativa sugli effetti scala geometrici e di rinforzo per i nuovi compositi utilizzati all’interno della matrice di calcestruzzo quali GFRP. Nel 2023 entra in Masera, dove si occupa di progettazione, verifica di ponti e viadotti esistenti e partecipa alle attività di ricerca e sviluppo.</span></p>								</div>
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									<p><strong>Marco Givonetti</strong> ha conseguito la Laurea Magistrale in Ingegneria Civile con specializzazione in Strutture nel 2022. La sua Tesi Magistrale, svolta in Masera Engineering Group, ha riguardato le analisi non lineari di ponti esistenti. In Masera, dove è entrato nel 2022, si occupa della verifica di ponti e viadotti esistenti e della loro progettazione. Nel 2023 entra a far parte del ramo di Ricerca e Sviluppo, collaborando con il Politecnico di Torino e l&#8217;University of Miami (Miami, Florida) per sviluppare soluzioni ingegneristiche innovative e condurre ricerca su tematiche attuali nell’ambito delle strutture. Dal 2024 ricopre il ruolo di Responsabile del settore Ricerca e Sviluppo guidando progetti innovativi e rafforzando la sinergia tra ricerca accademica e algoritmi progettuali avanzati.</p>								</div>
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									<p><span style="font-size: 16px;"><strong>Mattia Mairone </strong>ha conseguito la Laurea Magistrale in Ingegneria Civile con specializzazione in Strutture al Politecnico di Torino nel 2021. La sua Tesi Magistrale, svolta in Masera Engineering Group, ha riguardato la fatica nei ponti in acciaio a piastra ortotropa. Dal 2022 è iscritto all’Albo degli Ingegneri della provincia di Vercelli. In Masera  come ingegnere strutturista dal 2021, si è occupato della progettazione di ponti in c.a. e c.a.p e misti acciaio-calcestruzzo, oltre a condurre ricerca su analisi non lineari di ponti esistenti. Nel 2022 ha iniziato un dottorato di ricerca al Politecnico di Torino sul rinforzo di strutture in c.a. con barre in GFRP. Attualmente svolge un anno di ricerca presso l&#8217;University of Miami (Miami, Florida) sperimentando barre GFRP di grande diametro per il rinforzo di fondazioni di ponti.<br /></span></p>								</div>
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									<p><span style="font-size: 16px;"><strong>Davide Masera</strong>&nbsp;è CEO di Masera Engineering Group Srl e IMI Infrastrutture Srl. Assistente Professore di Meccanica Strutturale al Politecnico di Torino, ha conseguito, oltre alla Laurea Magistrale in Ingegneria Civile, il titolo di Dottore di Ricerca in Ingegneria Strutturale presso il Politecnico di Torino (anno 2009) e il Master di II livello in “<i>Progettazione Sismica di Strutture per Costruzioni Sostenibili</i>” presso la scuola F.lli Pesenti del Politecnico di Milano (anno 2017). Specialista nella progettazione di strutture in calcestruzzo armato e precompresso, ponti e viadotti, edifici alti e monitoraggio strutturale delle infrastrutture. Davide Masera collabora continuativamente con il Dipartimento di Ingegneria Strutturale e Geotecnica del Politecnico di Torino, svolgendo attività di ricerca scientifica su temi di ingegneria strutturale altamente specializzati.</span></p>								</div>
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		<title>Riflessioni sui CAM Strade</title>
		<link>https://visionjournal.it/riflessioni-sui-cam-strade/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[fabrizio.apostolo@gmail.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Sep 2024 14:31:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green Vision]]></category>
		<category><![CDATA[Progetto]]></category>
		<category><![CDATA[Vision Expert]]></category>
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					<description><![CDATA[Criteri ambientali minimi per le infrastrutture viarie: analisi, dubbi, valori e suggerimenti. Per connetterli sempre meglio alle anime del settore.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="20210" class="elementor elementor-20210" data-elementor-post-type="post">
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									<h2>Scelte politiche, tecniche, sostenibili. Tre fattori chiave la cui sintesi può porsi come origine e destinazione di infrastrutture di nuova concezione</h2><p><span style="color: #dede00; font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: bold;"><span style="color: #ec6444;">di </span></span><span style="font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: 400;"><span style="color: #0d1e51;"><strong>MAURO DI PRETE | </strong></span></span><span style="font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: 400; color: #0d1e51;">Socio fondatore IRIDE &#8211; </span><span style="color: #0d1e51;">Istituto per la Ricerca e l’Ingegneria Dell’Ecosostenibilità</span></p><p><span style="font-family: Lato; font-size: 16px; font-style: normal; font-weight: 400;"><span class="ap-dropcaps ap-square">M</span></span><span style="font-size: 16px;">i permetto di sviluppare qualche riflessione in merito al tema “<strong>CAM Strade</strong>” (<a href="https://visionjournal.it/ed-ecco-il-decreto-cam-strade/">vai al link che consente di sfogliare e scaricare il decreto</a>), perché è stato questo il principale oggetto della mia missione professionale, da inizio carriera, e per aver costantemente contribuito a ragionare sulla tematica. Non posso non ricordare che, grazie all’illuminazione del mio Maestro universitario e professionale, il <strong>professor Carlo Benedetto</strong>, mi sono occupato della materia già sul finire degli studi universitari. Aggiungo che un punto di riferimento nella mia memoria è il fatto di essere stato vincitore del terzo premio della Prima edizione &#8220;<i>Premio Provincia di Roma per l&#8217;ecologia e l&#8217;ambiente</i>&#8221; nel 1984 con lo studio &#8220;<i>Contributo agli studi per le applicazioni delle tecniche di V.I.A. alle costruzioni stradali</i>&#8220;, proprio sul finire degli studi.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Direi quindi che c’è da crederci se subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di quelli che per brevità sono chiamati “CAM Strade” mi sono dedicato alla loro lettura e interpretazione. Fondamentalmente per due motivi. Il primo è che un tale dispositivo era atteso da tempo. Sappiamo infatti quante riunioni e quante ore di lavoro sono state impegnate da tutti i principali stakeholder e player del settore per l’emanazione di detto documento, <strong>si tratta quindi certamente di un “qualcosa” di maturato nel tempo e pensato ad hoc</strong>. Il secondo è che indubbiamente definisce un punto importante per quello che oggi (e su questo ritornerò) definirei <strong>lo sviluppo e la gestione sostenibile delle infrastrutture stradali</strong>.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Lo confesso subito: la prima lettura, forse un po&#8217; veloce ma non distratta, mi ha lasciato dell’amaro in bocca. <strong>La riflessione è stata: e i 38 anni di applicazione in Italia della VIA per le strade che fine hanno fatto?</strong> E gli sforzi introdotti dal 2020 in materia di ecosostenibilità dove sono finiti? E veramente sentivamo la necessità di qualcuno (o, meglio, qualcosa essendo un disposto normativo) che ci indicasse “la migliore metodologia disponibile per la valutazione degli impatti ambientali potenziali dei prodotti”, parlando di infrastrutture stradali?</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Poiché il professore che ho citato per consentirmi di svolgere un po&#8217; di attività universitaria con il suo gruppo nei primi anni <i>post lauream</i> mi introdusse nelle sue ricerche come “cultore della materia”, questo appellativo mi è piaciuto sempre tenerlo stretto fino ad oggi e quindi ho iniziato a studiare e a rileggere varie volte i “CAM Strade” ormai ufficiali. E da qui cerco di darmi le risposte ai miei dubbi iniziali e, principalmente, di formulare alcune proposte per la loro modalità di lettura e interpretazione, oltre che per poter essere pronti a sviluppare tutti quei temi e documenti che ad oggi sono richiesti e devono essere introdotti nei documenti progettuali e contrattuali. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Come sempre dico e nell’ambito della struttura che mi onoro di co-dirigere &#8211; <a href="https://istituto-iride.com/">I&#8217;Istituto IRIDE</a> &#8211; per poter utilizzare correttamente una norma e un criterio non basta leggero e applicarlo, ma occorre capirlo e farlo maturare, criticandolo, nel caso, in modo costruttivo e nella logica di sviluppo. Le prime risposte me le sono date capendo meglio cosa stessi leggendo, ovvero i <strong>Criteri Ambientali Minimi. Tre parole, ma un mondo di cose.</strong></span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Parola 1: Criteri</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Innanzitutto, “Criteri”. Dal vocabolario Treccani leggo: “Distinguere, giudicare”. Quindi<strong> i CAM</strong> non sono come si sul dire “legge”, non sono elementi assoluti, <strong>non sono i 10 Comandamenti</strong>, non sono un manuale omnicomprensivo, ma sono indicazioni che ci dovrebbero servire per fare delle scelte, attribuire dei requisiti e delle caratteristiche alle nostre azioni progettuali o realizzative in ambito delle strade. </span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Attenzione, perché poi sarà facile che qualcuno dica: ma lo dicono i CAM Strade!</strong> Attenzione da subito. Non è così, non è vero e non è detto: vanno letti e interpretati tanto che la relazione CAM tra i suoi compiti ha proprio quello di illustrare (Punto 1.1) la non applicabilità o applicazione parziale del CAM con riferimento alle normative tecniche di settore e la stessa relazione (Punto 1.3.3) deve accordare le modalità di contestualizzazione alla tipologia di opera evidenziando gli &#8211; eventuali &#8211; motivi di carattere tecnico che hanno portato (anche in questo caso) all’eventuale, parziale o mancata applicazione degli stessi. In quanto proprio identificabile come “Criteri”, invece, <strong>la nuova cornice documentale espressa dai CAM diventa molto importante per una lettura ancora più propositiva ed evolutiva della progettazione e della realizzazione delle opere nel territorio</strong>.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Parola 2: Ambientali</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Altra parola è “Ambientali”. Per questa, due sono le sensazioni ricevute dalla lettura del documento. La prima ampia ed estensiva, perché come sappiamo il termine Ambiente fa riferimento a tutto ciò che è “intorno” all’oggetto che si analizza e in tal senso occorre che il progetto prenda in considerazione i criteri, nella <strong>logica più ampia possibile</strong>, nei confronti degli elementi naturali, antropici, fisici, culturali, sociali, etc. che necessariamente interessano l’intervento. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Ma poi, nella lettura dei singoli passaggi e negli approfondimenti, sembrerebbe che la lettura sia settoriale, specifica su alcuni temi (di cui alcuni anche molto approfonditi e di dettaglio) e quindi non estensiva così come l’etimologia del termine suggerisce e come ci siamo dapprima sforzati e ora un po&#8217; più abituati a intendere.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Parola 3: Minimi</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Ma in questa direzione ci viene in soccorso la terza parola: “Minimi”. Non solo i cosiddetti “CAM strade” non sono l’unico fattore da considerare in un progetto di strada, non solo vanno rispettati nella logica di una loro applicazione in qualità di criteri, ma <strong>non sono neppure gli unici elementi da considerare</strong>. Infatti, è importante osservare che in più punti del documento si parla di “criteri premianti”, ovvero del fatto che il minimo va fatto, ma che non è il solo obiettivo da perseguire. Questo aspetto mi aiuta a fornire una lettura molto positiva al documento stesso.</span></p>								</div>
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									<h3><span style="color: #0d1e51; font-size: 22px; letter-spacing: -0.02rem;">Eco-transizione</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Paragrafo secondo me centrale del documento è il Punto 1.2 “<i>Approccio dei criteri ambientali minimi per il conseguimento degli obiettivi ambientali</i>” che evidenzia come i criteri siano basati sui principi e i modelli di sviluppo dell’economia circolare, per poi aggiungere un importante concetto, quello delle “attività di transizione”.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Qui, però, è necessaria un’attenzione. <strong>L’UE ha dato un input basilare nel voler orientare i flussi di capitali verso investimenti effettivamente sostenibili</strong>, definendo e delineando i criteri per cui un’attività può dirsi “ecosostenibile” e dettagliando i criteri di vaglio tecnico affinché ciò sia perseguito. Ci riferiamo alla famosa <strong>Tassonomia delle attività sostenibili</strong> che i CAM richiamano come punto di riferimento, concentrando l’attenzione in modo diretto sul tema dell’economia circolare (1 dei 6 principi tassonomici) e lavorando su tutti gli altri (o meglio su alcuni degli altri) criteri in modo indiretto.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Il documento, infatti, si dedica a dettagliare specifiche tecniche progettuali e per i prodotti da costruzione postulando che nel momento in cui dette scelte siano eseguite come indicato diventerebbero utili al raggiungimento dei principi di sostenibilità auspicati dalla Tassonomia, nonché dagli altri atti comunitari e nell’ambito internazionale (per esempio: <strong>Nazioni Unite con l’Agenda 2030</strong>). Tutto ciò è da leggere come un fatto estremamente positivo essendo questo il primo decreto che si spinge operativamente in questa direzione, ma un motivo dell’amaro in bocca è che mi aspettavo un po&#8217; di più. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Infatti, <em>il decreto CAM Strade non sembra dedicarsi all’introduzione di attenzioni progettuali e/o costruttive che siano loro stesse volano di sostenibilità</em>. Sì, certo, la sua struttura e le sue indicazioni danno il la a un arricchimento progettuale, costruttivo e gestionale per far sì che le strade siano sostenibili veramente, ma forse si sarebbe potuto essere un po&#8217; più incisivi.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Sostenibilità indiretta</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Un esempio potrebbe aiutare. Il Punto 2.3.4 indica le specifiche tecniche per i prodotti da costruzione e nello specifico per i prodotti in acciaio e richiede l’utilizzo di prodotti con un contenuto minimo di materia recuperata, riciclata o di sottoprodotti indicando percentuali minime. È evidente che, oltre a perseguire principi di economia circolare &#8211; che, come detto, i CAM assumono come punto di riferimento primario &#8211; questa indicazione consente un contenimento di consumo di risorse, ovvero una riduzione di necessità di escavazioni e, di conseguenza, si ritiene anche un contenimento di emissione di gas climalteranti, andando a interessare un altro tassello dell’ecosostenibilità.</span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Ma l’opera non potrebbe nella sua fase di impostazione, e quindi di progetto, prevedere delle azioni dirette in questa logica?</strong> Si pensi al tema, per esempio, dell’illuminazione o della ventilazione di una galleria in cui, piuttosto che prevedere il solo collegamento alle cabine primarie di distribuzione dell’energia, potrebbero essere associati impianti a energia solare o eolica che renderebbero la strada autosufficiente dal punto di vista energetico. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Questi temi ci sembra non essere stati introdotti nei CAM. Quindi <strong>molta attenzione diretta all’economia circolare, ma ci sembra molto meno agli altri 5 punti centrali per generare una strada ecosostenibile</strong>. Ma come detto i criteri sono “di minimo”, quindi nulla osta a sviluppare in fase progettale e realizzativa altre attenzioni al settore della sostenibilità, pur se come noto il tema diventa un po&#8217; più hard se lasciato al solo sistema delle premialità. In tal senso un appunto critico mi viene anche in riferimento al Punto 2.2.1 relativo alla “sostenibilità ambientale dell’opera”, dove è indicato che il progetto prevede sistemi atti a ridurre l’inquinamento dell’aria, delle acque superficiali e di falda e del suolo dovuto al traffico e indica che tali sistemi possono includere tre temi: fasce verdi, canalizzazioni in cui collocare tutte le reti tecnologiche e drenaggi delle acque di dilavamento.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Certo, qualcuno potrà comprendere la mia reazione iniziale: direi, un po&#8217; pochino! E ciò che mi meraviglia è il fatto che il solo esame di un progetto di un’infrastruttura stradale in procedura di VIA è un campionario molto più ampio e significativo di proposte e soluzioni per il contenimento dell’impatto ambientale senza neppure scomodare la sostenibilità.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Studi LCA</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Dedico un altro momento di riflessione a un tema che non mi trova molto allineato con il documento dei CAM per poi passare alle loro positività e a qualche proposta operativa. L’argomento è legato a quanto indicato al Punto 1.3.2 circa gli <strong>studi LCA</strong>, un po&#8217; per come sono presentati e un po&#8217; per le finalità che sembra vengono ad essi attribuite. Mi occorrono un paio di chiarimenti.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Il primo è il seguente: perché il documento CAM scrive che gli studi LCA sono richiesti dalla Relazione di sostenibilità indicata dal D.Lgs 36/23? A me non pare che siano richiesti degli studi di LCA, ma la mia lettura del testo degli appalti mi porta a riscontrare che si richiedono una Carbon Footprint e un bilancio dei materiali riferiti entrambi all’intero periodo di vita dell’opera.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Infatti:</span></p><p><span style="font-size: 16px;">c) Una stima della Carbon Footprint dell’opera in relazione al ciclo di vita e il contributo al raggiungimento degli obiettivi climatici;</span></p><p><span style="font-size: 16px;">d) Una stima della valutazione del ciclo di vita dell’opera in ottica di economia circolare &#8211; seguendo le metodologie e gli standard internazionali (Life Cycle Assessment &#8211; LCA), con particolare riferimento alla definizione e all’utilizzo dei materiali da costruzione &#8211; ovvero dell’identificazione dei processi che favoriscono il riutilizzo di materia prima e seconda riducendo gli impatti in termini di rifiuti generati.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Parlare di studi di LCA non mi sembra corretto e potrebbe distogliere l’attenzione rispetto alle indicazioni e ai principi stessi della norma, nonché dei CAM stessi. Gli studi LCA sono altro e finalizzati a ben altre e più complesse tematiche e vogliono raggiungere altri risultati che forse si adattano male a un’infrastruttura di trasporto come una strada.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Il secondo tema, sempre qualora sia superato il primo, che mi spiazza è il fatto che gli studi LCA sono richiamati per definire l’impatto ambientale della strada. E allora tutto il processo di VIA e l’intero sistema decisionale connesso dove lo mettiamo?</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Si, è vero che i CAM non sono solo per opere sottoposte a VIA, ma le strade che non sono sottoposte alla compatibilità ambientale secondo tutti i livelli gerarchici di valutazione direi che sono decisamente poche e quindi? Mentre sul primo una spiegazione e una risposta &#8211; ovvero una proposta di lavoro &#8211; riesco a darmela sul secondo proprio no. Sarà anche la mia antica militanza nelle fila del valutatore di impatto…</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Aspetti positivi dei CAM Strade</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Inizierei dal fatto che <strong>con questo decreto in tutte le attività del settore non si può più fare a meno di evolvere i progetti e le realizzazioni nella direzione della tutela e della valorizzazione ambientale</strong>. Mi riferisco a una distinzione di fondo: le strade e le altre opere correlate (parcheggi, etc.) che non sono oggetto di valutazione di impatto ambientale e quelle soggette alla VIA. Il primo campo è certamente relativo a interventi meno impegnativi, ma certamente più diffusi sul territorio e più difficili da tenere sotto controllo perché non attenzionati dal sistema gestionale e dagli stakeholder, ma sono dell’idea che la qualità dell’ambiente la si percepisce nel quotidiano. </span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Non solo le grandi opere</strong>, non solo gli interventi virtuosi sono percepiti nel nostro vivere il territorio, ma anche e forse soprattutto notiamo e vediamo quelli “dietro casa” e, esercizio che si potrebbe fare anche se molto difficile, le risorse (per esempio) che vengono impiegate se ne facessimo l’integrale non è detto che siano inferiori nel caso delle così dette opere minori. È  vero che un’opera importante nella sua realizzazione impegna milioni di metri cubi di risorse, ma ne viene realizzata una (o in numero limitato) e non certo tutti i giorni, mentre le <strong>viabilità locali, comunali, comprensoriali, etc. sono “in azione” in modo continuativo.</strong> Quindi un plauso al DM CAM che permette a tutti i livelli di introdurre le attenzioni ambientali alla progettazione, realizzazione e gestione delle strade.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Nella giusta direzione</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">In termini generali e a più ampia scala, non vi è dubbio che i molti criteri introdotti siano certamente fondamentali per mettere un punto sulle cose da fare nella direzione del rispetto e delle favorevoli condizioni ambientali. Ne cito uno per tutti: l’emissione acustica delle pavimentazioni (Punto 2.2.4). Ancora oggi (o meglio ieri, visto che ora occorre rispettare quanto dettato dal DM in esame!) mi sembra surreale che in fase di progetto di una strada chi redige il SIA è costretto a chiedere al progettista se e dove è stata prevista la pavimentazione fonoassorbente, per poterla correttamente imputare nel modello di simulazione della verifica dell’impatto sul territorio circostante, ed è costretto ad imporla nel SIA altrimenti…</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Ma non vorrei trattare gli aspetti evidenti del decreto, quanto piuttosto dedicare l’attenzione agli aspetti più innovativi o, meglio, alle potenzialità che lo stesso ci offre.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Il primo è secondo me <strong>il tema introdotto della “transizione”</strong>. Ben rispecchia la filosofia alla base del documento e della modalità con la quale occorre leggere e applicare i CAM strade. Questo per due ordini di motivi. La realizzazione e la gestione di una strada è, senza dubbio, un’attività complessa e particolarmente articolata e la stessa non è riconducibile a un’attività economica diretta, ma è l’integrale di una molteplicità di attività economiche, e questo comporta che senza più indugi si svolgano finalmente in modo completo ed esaustivo un esame e una disamina di catalogazione delle stesse: atti che ad oggi non sono sempre chiari ed evidenti e che invece i CAM ci costringono a fare in modo completo ed esaustivo, individuando anche i soggetti “proprietari” dell’azione stessa. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">La progettazione (e il suo attore) forse è un momento delimitabile (anche se non è detto basti pensare alle variazioni dei progetti costruttivi o in corso d’opera) ma già la realizzazione introduce aspetti più complessi, essendo presente l’impresa che esegue e che gestisce il cantiere “madre”, ma anche il fornitore dei materiali che già di suo ha un attività economica propria e distinta da quella di chi realizza una strada e che a sua volta è legata e “condizionata” dalle scelte del primo attore del processo.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Istruzioni (differenziate) per l&#8217;uso</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Questo aspetto introduce un primo momento di riflessione e di proposta di lavoro dettata dai CAM: <strong>una sorta di “istruzioni per l’uso” da assegnare ai diversi soggetti, perché l’applicazione dei CAM da parte del progettista è cosa diversa dalla stessa attività se viene chiesta a un’impresa o a un fornitore di materiali.</strong></span></p><p><span style="font-size: 16px;">Infatti, i CAM introducono il concetto di “attività di transizione”, aspetto dirimente ed evolutivo nel settore in quanto si rivolgono a quelle attività economiche che contribuiscono all’attività economica madre di realizzazione dell’infrastruttura (ma anche di manutenzione e gestione), ma che al momento non sembrano avere dei sistemi a basse emissioni di carbonio tecnologicamente ed economicamente praticabili, ma che devono essere sviluppate e gestite mediante un processo di transizione verso un’economia climaticamente neutra, se rispondenti ai criteri di vaglio tecnico fondamentali ai fini della decarbonizzazione delle produzioni stesse.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">È evidente, quindi, il passo in avanti dettato dai CAM Strade, che permettono agli attori del processo di proporre in ogni momento soluzioni innovative e migliorative al fine di raggiungere l’obiettivo “<strong>NET Zero</strong>” in ogni parte e momento del processo che riguarda “la strada”.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Contesti connessi</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">In questa logica non è solo da considerare l’attenzione agli elementi costitutivi “interni” della strada, ma anche a quelli “connessi”. Il CAM strade infatti tratta, a mio modo di vedere, i primi con particolare attenzione, ma nei suoi presupposti e principi apre la possibilità di estendere il tema della transizione anche al contesto e all’intorno della stessa nella logica “vera” di ambiente.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Trovo questo riferimento nel chiaro richiamo a tutti gli aspetti non finanziari o ESG, ovvero ai temi dell’ambiente, del sociale, della governance, della sicurezza, etc. nonché nel perseguire l’obiettivo di premiare gli operatori che implementano strategie sempre più allineate con il quadro normativo comunitario che è regolato da quella già richiamata “tassonomia” per opere ecosostenibili.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Quindi<strong> la transizione va letta, ricercata e applicata con riferimento alle singole attività economiche che nel loro insieme contribuiscono all’oggetto “strada”, ma anche alla modalità e al rapporto che la strada ha con il suo contesto</strong>, che sia legato all’ecosistema nel quale si inserisce, ovvero al suo carattere sociale e culturale.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="color: #0d1e51;">Questioni applicative</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Per agevolare, supportare e dare un criterio di lavoro per la loro applicazione i CAM strade, a parere di chi scrive, devono aprire la riflessione a due strumenti di lavoro da sviluppare e a un’attenzione nell’applicazione. In particolare, credo e proporrei che nell’ambito della Relazione CAM e nella Relazione di Sostenibilità siano sviluppati e attenzionati tre elementi chiave:</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• La catalogazione delle attività e connessi operatori economici</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• Introduzione dell’abaco della transizione</span></p><p><span style="font-size: 16px;">• Attenta lettura e corretta applicazione di quelli che sono gli studi di LCA</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Essendoci già occupati di applicazione di CAM per altre opere e/o in altre situazioni e avendo iniziato a verificare come applicare alle fasi di costruzione i criteri che oggi sono sanciti dal DM in oggetto, poniamo con forza la necessità di ben organizzare e distinguere ruoli e modalità di esplicitazione delle “attività economiche” connesse alla realizzazione di una strada. </span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>A nostro modo di vedere non è applicabile tal quale la logica di “prodotto” a un’infrastruttura. Una strada non è un prodotto, ma è un’opera nel territorio</strong> con una serie di funzioni la cui esistenza è proprio l’esplicitazione in modo sinergico e coordinato della messa insieme di più elementi (o prodotti), che sono chiamati nel tempo anche a rispondere a differenti esigenze.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">A testimonianza di ciò è importante evidenziare che il Punto 1.3.6 nella conclusione delle indicazioni per la stazione appaltante indica la necessità/possibilità di una “verifica della catena di approvvigionamento dei prodotti da costruzione”, che non solo, a nostro modo di vedere, è la chiave per una corretta applicazione dei CAM, ma è essenziale per poter individuare le sinergie di cui sopra. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">La prima indicazione che ci sentiamo di dare è quella di capire la sequenza dei prodotti e dei rispettivi operatori che sono i soggetti a riferirsi e a cui chiedere il rispettivo contributo, anche in termini di impronta carbonica. Il modo di leggere il processo da parte della stazione appaltante è differente da quella che può eseguire il progettista, queste sono differenti dall’impresa che deve eseguire i lavori e ancora certamente più parziale &#8211; ma basilare &#8211; è l’indicazione degli operatori economici che mettono a disposizione i prodotti necessari per la realizzazione del tutto nonché dal gestore della strada.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Quindi, <strong>per poter sviluppare in modo corretto la Relazione dei CAM riteniamo che il primo passaggio sia quello di eseguire una catalogazione delle attività</strong> ovvero dei prodotti che concorrono alla formazione nella loro lettura integrata dell’opera.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Il secondo elemento da associare al progetto dell’opera è la <strong>redazione di un “Abaco della transizione” ovvero dell’esplicitazione tecnica delle parti di opera e/o dei loro requisiti che sono finalizzati a dar conto e supportare gli elementi di sostenibilità</strong> dell’opera stessa. Di questo si è già avuto modo di scrivere, ma qui si ricorda che, come per tutti gli elementi che caratterizzano un’opera di ingegneria, anche per questa fattispecie non può essere sufficiente una relazione (nello specifico la Relazione di sostenibilità), ma la stessa deve essere arricchita da elaborati tecnici che siano in grado di dettagliare le parti di opera deputate a rispondere agli obiettivi di sostenibilità e &#8211; elemento particolarmente importante &#8211; nei capitolati e nei computi vi siano le indicazioni per rendere le stesse cogenti.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Cicli di vita, strade, territori</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Andando in questa direzione <strong>non credo sia opportuno affidarsi al solo sistema delle premialità</strong> in quanto alcune scelte devono essere anche interne al sistema strada e, come tali, devono essere definite e quantificate, mentre la premialità può riguardare la loro ottimizzazione, o arricchimento, ma non è certo possibile sviluppare tutto il sistema della sostenibilità mediante sistemi di premialità.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Quindi, mi auguro che il DM 5 agosto 2024 sia, come detto, un sistema di accelerazione in questa direzione, ma non lascerei i principi e i criteri ivi espressi lettera sommersa e pertanto suggerirei di introdurre da subito nei documenti progettuali soluzioni volte a dar conto dei reali principi di sostenibilità.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Questi ultimi sono elementi essenziali per migliorare e ottimizzare le infrastrutture, le strade per prime, e ritengo che i CAM abbiano utilmente sottolineato quale può essere uno strumento adatto in tal senso: analisi e valutazioni mediante gli studi LCA. Così come nel passato si faticava a trovare una metodologia per eseguire il confronto tra scelte progettuali molte volte sviluppate mediante il sistema multicriteri, ma sempre rischiando il tema delle soggettività delle scelte, sembra quanto mai opportuno il suggerimento di adottare gli studi LCA come strumento di confronto.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">In questo caso riteniamo necessario capire cosa sia il <strong>ciclo di vita di una strada</strong>: siamo abituati ad analizzare questo aspetto per i “prodotti”, ma come già evidenziato la strada non è un prodotto, anzi è auspicabile che un’opera sostenibile sia anche “viva” e in questo senso si vorrebbe poter dare un’interpretazione proattiva a quello che va sotto il nome di “Ciclo di Vita”. L’analisi del ciclo di vita di una strada va interpretata sulla base del suo essere: l’opera non dovrebbe essere rigida, “passiva”, bensì in continua evoluzione e adeguamento alle esigenze man mano che esse cambiano (ottimizzazioni, aggiornamenti e modifiche sia fisiche sia funzionali), anche in riferimento al momento post-vita utile. La vita utile andrebbe dichiarata non solo per il calcolo (per esempio) della durabilità delle opere d’arte, ma anche per la sua funzionalità e operatività per poi essere assunta, a quella data, come nuova iniziativa che può confermare per un altro periodo il suo essere o cambiarne uso.</span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Questo nuovo periodo di vita deve essere dichiarato ed essere oggetto di completo momento progettuale sia per il confronto con gli stakeholder, sia per le autorizzazioni necessarie.</strong> L’esempio più classico sono le nuove attività delle infrastrutture dismesse che diventano un’occasione di attività culturali o ricreative come, per esempio, percorsi ciclopedonali in ambiti di interesse naturale o culturale. Solo come ultimo momento, un’opera di ingegneria può essere dismessa in quanto non più utile. Quindi l’attenzione, nell’ottica del raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità, va alla lettura del Ciclo di Vita di un’opera.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Su questo tema molte cose sono da evidenziare e, avendo già applicato il metodo sia a prodotti nel vero senso della parola sia a infrastrutture, la nostra esperienza mette in evidenza che il solo calcolo dei valori finali previsti dallo studio LCA è in fondo un esercizio fine a se stesso. Può essere applicato un bollino per dire che il collegamento stradale da A a B è “green”, ma a cosa ci interessa? Magari proprio per questo attrae più traffico e quindi perde la sua qualifica green senza neppure saperlo. Non devo scegliere se comprare il prodotto X rispetto a quello Z per cui conoscere il valore dell’impronta carbonica a cosa mi serve? Mica penseremo che la realizzazione e la gestione di una strada possa abbattere la CO2?</span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Secondo noi l’applicazione e la determinazione dell’impronta carbonica per una strada ha un profondo significato se la si legge secondo due livelli. Il primo è al di là dell’opera stessa, mentre il secondo è in termini comparativi di possibili scelte</strong>. In merito al primo più lavoriamo e ragioniamo in termini di sostenibilità e più ci si convincerà che la lettura debba essere territoriale e non specifica, di area vasta, di sistema e non di prodotto. Un esempio su tutti. Come detto, la costruzione e la gestione di una strada aumenta certamente l’impronta carbonica, ma di cosa? Se di quell’oggetto, certamente sì. Prima non esisteva ora la devo costruire e poi sarà utilizzata, quindi con un valore positivo di emissione di CO2. Quindi diamo ragione a che non vuole che siano sviluppate le infrastrutture.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Se invece analizzo il tutto con una diversa lente e ingrandisco l’ambito di analisi e, per esempio, considero la rete di trasporto all’interno del quale questo oggetto si inserisce, ovvero considero l’ambito territoriale di pertinenza, allora forse riesco ad avere un bilancio in riduzione dell’impronta carbonica, anzi direi di più: devo proprio pormi questo obiettivo quando imposto l’iniziativa. </span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51; letter-spacing: -0.02rem;">Obiettivi di sostenibilità</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">Come detto, <strong>alla base del progetto </strong>o meglio dell’iniziativa<strong> occorre sviluppare, verificare e supportare veri e propri obiettivi di sostenibilità</strong>. Il riassetto della rete mi può dare un vantaggio complessivo perché, per esempio, i flussi di veicoli sono posti in condizioni di emettere meno in quanto utilizzati in condizioni ideali di esercizio. La strada, quindi, non è un prodotto costruito in uno “stabilimento”, ma un’opera nel territorio.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Al tempo stesso l’oggetto “strada” può essere pensato, realizzato e costruito in più modi. Qual è il modo migliore? Certamente quello che ha una minore impronta carbonica. Ecco che lì posso migliorare e ottimizzare il beneficio territoriale complessivo. Secondo il pensiero mio e dell’<a href="https://istituto-iride.com/">Istituto IRIDE</a>, questi aspetti devono essere alla base dell’impostazione di uno studio di applicazione dei CAM e delle relazioni di sostenibilità, come richieste dal D. Lgs 36/23 e dal DM 5/8/2024.</span></p><p><a href="https://visionjournal.it/labaco-delleco-transizione/"><span style="font-weight: 400; font-size: 16px;">Leggi anche: &#8220;L&#8217;abaco dell&#8217;eco-transizione&#8221;</span></a></p>								</div>
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									<h3><span style="color: #0d1e51;">L&#8217;autore</span></h3><p><span style="font-size: 16px;"><strong>Mauro Di Prete</strong>, ingegnere, Direttore dell’Istituto IRIDE, da circa 40 anni si occupa di questioni ambientali nell’ambito di progetti di opere pubbliche supportando progettisti e proponenti e collaborando con le autorità. È membro esperto del CSLLPP, II Sezione, e del Comitato Speciale PNRR. Per oltre 8 anni è stato anche membro della Commissione Tecnica VIA-VAS presso il Ministero dell’Ambiente e ha svolto docenze sui temi ambientali a Genova e Roma.</span></p><p><a href="https://www.linkedin.com/in/mauro-di-prete-681ba81b7/"><span style="font-size: 16px;">Il profilo LinkedIn di Mauro Di Prete</span></a></p>								</div>
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		<title>Parametric design</title>
		<link>https://visionjournal.it/parametric-design/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[fabrizio.apostolo@gmail.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Aug 2024 09:49:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Progetto]]></category>
		<category><![CDATA[Vision Expert]]></category>
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					<description><![CDATA[Le iniziative di ricerca frutto della collaborazione tra Masera e PoliTO: 
le frontiere della progettazione parametrica di ponti e viadotti.
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									<h2>Le iniziative di ricerca frutto della collaborazione tra Masera e PoliTO: le frontiere della progettazione parametrica di ponti e viadotti</h2><p><span style="color: #dede00; font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: bold;"><span style="color: #ec6444;">di </span></span><span style="font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: 400;"><span style="color: #0d1e51;"><strong>PIETRO PALUMBO<span style="color: #0d1e51;"> </span></strong></span></span></p><p><span style="font-family: Lato; font-size: 16px; font-style: normal; font-weight: 400;"><span class="ap-dropcaps ap-square">O</span></span><span style="font-size: 16px;">ggi, gli strumenti di progettazione architettonica e ingegneristica hanno ampliato la possibilità di dare vita a forme innovative e dettagli strutturali impressionanti. Tuttavia, poiché l&#8217;industria delle infrastrutture sta abbracciando <strong>la digitalizzazione per aumentare la produttività</strong> e rimanere aggiornata rispetto alle nuove tecnologie, si trova a dover affrontare un quadro di costi crescenti, problemi di sostenibilità e scadenze brevi. Come risultato di questi vincoli, sempre più ingegneri civili stanno esplorando <strong>il design parametrico e i flussi di lavoro basati sul BIM</strong>.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">I ponti sono strutture ingegneristiche civili geometricamente complesse e, nel caso dei ponti curvi, tale complessità aumenta notevolmente a causa delle numerose dipendenze tra le entità geometriche e le superfici curve 3D complesse. In ragione delle peculiarità di ogni opera, vi è un basso grado di riutilizzo dei modelli in progetti simili e l&#8217;aggiornamento dei disegni e dei modelli iniziali implica un notevole spreco di tempo. Considerando le comuni scadenze brevi, i piani devono essere aggiornati il più rapidamente possibile; quindi, <strong>un approccio parametrico rappresenta una soluzione</strong>.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51;">Migliorare processi ed efficienza</span></h3><p><span style="font-size: 16px;">La modellazione parametrica migliora il processo di progettazione delle infrastrutture, aumentando l&#8217;efficienza, nonché riducendo il tempo e lo sforzo. Si basa sulla creazione di un <strong>modello geometrico flessibile introducendo parametri e relazioni numeriche</strong> tra di essi. Viene implementata tramite un codice di programmazione di progettazione, come uno <i>script</i>.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Il flusso di lavoro consente di <strong>esplorare e creare design ad alto potenziale</strong>, sostituendo i lavori manuali grazie all&#8217;introduzione di regole logiche e relazioni che descrivono il modello e consentono la generazione automatica di più design semplicemente cambiando i valori dei parametri. </span></p><p><span style="font-size: 16px;">Non solo definisce il modello strutturale, ma permette anche di progettare un modello 3D completo considerando i dettagli del progetto, oltre che ottimizzare ulteriormente gli elementi del ponte.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Lo strumento presentato offre vantaggi significativi che migliorano il processo di progettazione e garantiscono risultati di alta qualità. Aumenta inoltre produttività e flessibilità. <strong>L&#8217;utente può testare e analizzare diverse alternative in modo efficiente</strong>, rendendo possibile scoprire soluzioni innovative e <i>cost-effective</i>.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Applicando questo approccio, tutte le operazioni vengono eseguite nella stessa interfaccia, consentendo la concentrazione dei dati ed evitando la perdita di informazioni e gli errori che molti approcci BIM presentano. Inoltre, grazie all&#8217;alto livello di adattamento, la metodologia permette di tenere il passo con le nuove tecnologie, combinando e utilizzando gli strumenti digitali più recenti per trovare la migliore soluzione.</span></p>								</div>
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		<title>Le varianti in caso di errore progettuale</title>
		<link>https://visionjournal.it/le-varianti-in-caso-di-errore-progettuale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[fabrizio.apostolo@gmail.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2024 16:12:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Normativa]]></category>
		<category><![CDATA[Progetto]]></category>
		<category><![CDATA[Vision Expert]]></category>
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					<description><![CDATA[Sono ancora possibili? Approfondiamo alcuni "snodi" normativi tra D.Lgs 50/16, DM 48/19 e D.Lgs 36/23 (Nuovo Codice).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="18507" class="elementor elementor-18507" data-elementor-post-type="post">
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									<h2>Sono ancora possibili? Approfondiamo alcuni &#8220;snodi&#8221; normativi tra D.Lgs 50/16, DM 48/19 e D.Lgs 36/23 (Nuovo Codice)</h2><p><span style="color: #ec6444; font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal; font-weight: bold;">di </span><span style="font-family: Lato; font-size: 15.75px; font-style: normal;"><span style="color: #0d1e51;"><strong>MARCO ABRAM | </strong>Ingegnere e autore</span></span></p><p><span style="font-size: 16px;"><span style="font-family: Lato; font-style: normal; font-weight: 400;"><span class="ap-dropcaps ap-square">I</span></span></span><span style="font-size: 16px;">n tema di varianti nel passaggio dal D.Lgs 50/16 (art. 106), D.M. 49/18 (artt. 8 e 22) e l’odierno Nuovo Codice D.Lgs 36/23 (artt. 60 e 120; artt. 5 e 35 dell’Allegato II.14), non è che siano intervenute moltissime variazioni, ma alcune di queste sono davvero importanti ed in questo articolo andremo ad approfondirle, quanto meno una, ovvero quella delle “<i>varianti in caso di errore progettuale</i>”. </span></p><p><span style="font-size: 16px;"><strong>La struttura dei dettami principali ovvero l’art. 106 del D.Lgs 50/16 e l’art. 120 del D.Lgs 36/23 nel passaggio normativo si è mantenuta molto simile</strong>, quindi, risulta abbastanza semplice andare ad individuare le modifiche e gli aggiornamenti intervenuti.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">L’altra grande modifica, che non tratteremo oggi approfonditamente, è quella relativa al “quinto d’obbligo” che è passato dopo tantissimi anni dall’essere un automatismo determinato per legge e quindi sempre applicabile ad un “opzione” che va definita nei documenti di gara se la stazione appaltante intende avvalersene.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Vediamo cosa diceva il D.Lgs 50/16 al riguardo ed oggi il D.Lgs 36/23.</span></p><p><strong><span style="font-size: 16px;">Art. 106, comma 12, del D.Lgs 50/16 </span><span style="font-size: 16px;">“</span><i style="font-family: inherit; font-size: 16px; font-weight: inherit;">Modifica di contratti durante il periodo di efficacia</i><span style="font-size: 16px;">”</span></strong></p><p><span style="font-size: 16px;">“12. <i>La stazione appaltante, qualora in corso di esecuzione si renda necessario un aumento o una diminuzione delle prestazioni fino a concorrenza del quinto dell&#8217;importo del contratto, può imporre all&#8217;appaltatore l&#8217;esecuzione alle stesse condizioni previste nel contratto originario. In tal caso l&#8217;appaltatore non può far valere il diritto alla risoluzione del contratto.</i>”</span></p><p><strong><span style="font-size: 16px;">Art. 120, comma 9, del D.Lgs 36/23 </span><span style="font-size: 16px;">“<i>Modifica dei contratti in corso di esecuzione</i>”</span></strong></p><p><span style="font-size: 16px;">“9. <i>Nei documenti di gara iniziali può essere stabilito che, qualora in corso di esecuzione si renda necessario un aumento o una diminuzione delle prestazioni fino a concorrenza del quinto dell&#8217;importo del contratto, la stazione appaltante possa imporre all&#8217;appaltatore l&#8217;esecuzione alle condizioni originariamente previste. In tal caso l&#8217;appaltatore non può fare valere il diritto alla risoluzione del contratto</i>.”</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Quindi care stazioni appaltanti su questo punto state ben accorte in sede di progettazione, specialmente capitolare, perché poi indietro è difficile tornare, e francamente il “quinto d’obbligo” in corso d’esecuzione può far comodo.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><strong style="font-family: Lato; font-size: 22px; font-style: normal; letter-spacing: -0.02rem;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51;">Una premessa</span></strong></h3><p><span style="font-size: 16px;">Per analizzare il tema delle varianti per “errore progettuale” oggi dobbiamo prima di tutto fare un cappello, una premessa e poi subito dopo un passo indietro nel tempo.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Partiamo dal capello che consiste non tanto nella definizione di errore progettuale, sui cui la norma è sempre stata abbastanza chiara, quanto nella circoscrizione del “danno” da esso cagionato.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Ecco, è proprio su questo tema che negli anni si sono sentite dire davvero tante imprecisioni, lanciate verso i progettisti, più come “spauracchio”, che come reale conseguenza e consistenza di danni “patiti e patiendi”.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Non è questa una difesa della categoria “a spada tratta”, anzi sono il primo a dire che talvolta i progetti rappresentano una criticità, ma questo dipende da tanti fattori e variabili molti dei quali troppo spesso non dipendenti dai progettisti ma da un sistema che andrebbe ricalibrato su obiettivi reali e praticabili.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Cosa si intende dire? </span><span style="font-size: 16px;">Che i progetti per essere eseguibili necessitano di giusti dati di base, giusta marginalità e giusti tempi. </span><span style="font-size: 16px;">Non si fanno buoni progetti basati sulle scadenze, sui finanziamenti disponibili e sulle esigenze della politica. </span><span style="font-size: 16px;">Ma questo è un altro argomento.</span></p><h3 style="font-style: normal;"><strong style="font-family: Lato; font-size: 22px; font-style: normal; letter-spacing: -0.02rem;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51;">Danno derivante da errore progettuale</span></strong></h3><p><span style="font-size: 16px;">Torniamo sulla definizione di danno derivante da errore progettuale, dove per fortuna <strong>a fine 2022 è intervenuta mirabilmente la Cassazione</strong> con l’Ordinanza n. 33537 del 15/11/2022 a perimetrarne l’entità.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">L’ordinanza afferma, dopo ampia disamina del caso di specie, che: “<i>il danno derivante dalla condotta illecita di un professionista, che erri nella progettazione e realizzazione di un &lt;&gt;, del quale sia necessario il rifacimento &lt;&gt;, consiste nei costi sopportati per la realizzazione dello stesso e nella sua eliminazione, ma non pure in quelli che sarebbero occorsi, ed occorreranno, per la sua esecuzione a regola d’arte</i>”.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Sgomberato il campo dall’equivoco facciamo il passo indietro che avevamo anticipato e mettiamo a <strong>confronto l’allora D.Lgs 163/06, con il successivo D.Lgs 50/16 e l’odierno D.Lgs 36/23</strong> e vediamo come sono cambiate le cose.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">E cerchiamo in questo modo di rispondere alla domanda da cui siamo partiti: <strong>è</strong></span><strong><span style="font-size: 16px;"> possibile oggi fare una variante per errore progettuale?</span></strong></p><p><span style="font-size: 16px;">Per fare emergere con evidenza la risposta utilizziamo un confronto a tre colonne e l’ausilio di alcuni segni grafici, renderanno il tutto, i vari passaggi più comprensibili. </span><span style="font-size: 16px;">Non riportiamo gli interi articolati ma degli estratti, delle sintesi di essi.</span></p>								</div>
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									<p><span style="font-size: 16px;">Quindi, nel passaggio dal D.Lgs 50/16 al D.Lgs 36/23 si è perso nel comma 1 il requisito di “imprevisto” relativamente alle varianti “imprevedibili”.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">In effetti, la specificazione di “imprevisto” legato dalla congiunzione “e” al requisito di “imprevedibilità” lo rendeva abbastanza superfluo visto nel secondo è contenuto sicuramente il primo ma non viceversa.</span></p><p><span style="font-size: 16px;">Pertanto, le varianti per errore progettuale che rientrano solamente nel caso di “imprevisto” vediamo dove erano collocate e dove è possibile oggi prevederle.</span></p>								</div>
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									<p>I concetti che prima erano inseriti nell’art. 132, commi 1, lettera e) e 4, del D.Lgs 163/06, erano stati riportati tutti nell’art. 106, comma 2, lettera b) del D.Lgs 50/16 ed oggi riproposti solo in parte nell’art. 120, comma 3, del D.Lgs 36/23.</p><p>Visto però, che quella del suddetto comma 3 rimane l’unica fattispecie dove poter inserire una variante “imprevista” ed essendo evidente che l’errore progettuale ancora esiste, anche perchè comunque è stato riproposto [si veda l’art. 3, comma 1, lettera r), dell’Allegato I.1, del D.Lgs 36/23] è evidente che questo rimane l’unico punto dove collocarla e di conseguenza come nel precedente D.Lgs 50/16 il limite oltre il quale poter andare alla risoluzione del contratto rimane il 15%, enunciato anche dall’art. 122, comma 1, lettera b, ultima parte, del D.Lgs 36/23 [ex art. 108, comma 1, lettera b), ultimo periodo, del D.Lgs 50/16].</p>								</div>
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									<p>Nel passaggio dal D.Lgs 163/06 al D.Lgs 50/16 il requisito di “imprevedibilità” per la varianti diciamo di miglioramento di aspetti funzionali disposte dal RUP è sparito, togliendo questo tipo di vincoli, lasciando solo quelli di carattere generale tipo la “sostanzialità” della stessa e lasciando quindi fra le righe il requisito accettabile di “imprevisto”, tant’è che le varianti per errore progettuale vengono inserite proprio in questo ambito rafforzando la tesi esposta sopra relativamente all’ambito di collocamento nel D.Lgs 36/23.</p>								</div>
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									<h3 style="font-style: normal;"><strong style="font-family: Lato; font-size: 22px; font-style: normal; letter-spacing: -0.02rem;"><span style="font-size: 22px; color: #0d1e51;">Conclusione</span></strong></h3><p>Quindi in conclusione<strong> le varianti per errore progettuale si possono ancora fare e collocare all’interno dell’art. 120, comma 3, del D.Lgs 36/23 con il limite del 15%</strong> oltre il quale si può ricorrere alla risoluzione del contratto come disposto dall’art. 122, comma 1, lettera b, ultima parte, del D.Lgs 36/23 (ex art. 108, comma 1, lettera b), ultimo periodo, del D.Lgs 50/16).</p>								</div>
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									<h3><span style="color: #0d1e51;">L&#8217;autore</span></h3>
<p><span style="font-size: 16px;">Ingegnere civile con una vasta esperienza nel campo delle infrastrutture, <strong>Marco Abram</strong> ha sviluppato una notevole <i>expertise </i>anche nell&#8217;ingegneria forense ricoprendo il ruolo di CPT. Culture della materia tecnico-amministrativa, Abram è anche prolifico divulgatore, attraverso quaderni di approfondimento, volumi (tra le sue pubblicazioni recenti: “<i>La Modulistica Tecnico-Amministrativa, commentata, delle Opere Pubbliche. Guida alla comprensione e compilazione dei modelli per i lavori pubblici</i>”, Maggioli editore) e contributi LinkedIn e web (attraverso il sito <a href="https://www.maitalia.eu/">https://www.maitalia.eu/</a>).</span></p>
<p><a href="https://www.linkedin.com/in/marco-abram-509092230/">Il profilo LinkedIn di Marco Abram</a></p>								</div>
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